Recensione: The Void

The Void è un film horror canadese del 2016 scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Konstanki (autori navigati che hanno già lavorato a grandi produzioni come Pacific Rim, Suicide Squad e il remake di It che uscirà quest’anno nelle sale), entrambi sono membri del collettivo Astron 6 creato nel 2007 da Adam Brooks e lo stesso Gillespie, un gruppo di registi indipendenti che nel corso degli anni hanno sfornato pellicole horror a metà tra il gore e il satirico, caratterizzate da un particolare black humor.

Da subito il film si caratterizza per i toni cupi e seri che prende, in distacco alle altre opere presentate dal gruppo di cineasti, intrecciando una storia dinamica e coinvolgente che difficilmente può essere confinata in un genere dell’horror, spaziando dal gore alle tematiche metafisiche, alle grandi influenze dell’horror degli anni ottanta, ai riferimenti alla stessa letteratura horror di Lovecraft o anche del miglior King, racchiudendo tutto questo per creare qualcosa di sempre più interessante.

La storia inizia in medias res, tra il fuoco e il sangue, senza perdere troppo tempo con introduzioni prolisse ed eccessivamente dettagliate ma delineando da subito i personaggi e presentando i temi alla base dell’opera: il ciclo della nascita e della morte, la vita dopo la morte e l’eterna lotta dell’uomo contro quest’ultima, alla ricerca dell’oscuro significato della vita che ben presto si trasforma in una pericolosa ossessione.

Il film, una produzione low-budget distribuita da due case indipendenti (Cave Painting Pictures e JoBro Pruduction & Film Finance), racconta la storia di un poliziotto dal passato tormentato che trova sul ciglio della strada una ragazzo ferito ed in stato di shock, decide così di portarlo nell’ospedale dove lavora la moglie, luogo ormai prossimo alla chiusura, ma presto si rende conto che sono tutti in un grande pericolo, un pericolo sovrannaturale che sembra avere a che fare con il suo passato e le sue perdite, in pericolo che trasforma l’ospedale in un mattatoio, o peggio.

Se a livello di sceneggiatura potremmo trovare qualche fragilità, qualche piccola incongruenza, il tutto è camuffato perfettamente dalla regia che ci presenta ogni personaggio perfettamente delineato nella sua tipologia, dedicandosi soprattutto a presentare al meglio la situazione che viene presentata allo spettatore.

Interessante a questo punto notare come lavorino insieme la fotografia di Inayeh e gli effetti speciali, a cura di Kostanski e della Intelligent Creatures infatti, se questi ultimi richiamano all’orrido e al gore, creando creature piene di tentacoli e pustole e forme orride e liquami organici il tutto viene subito contornato da una fotografia dai colori cupi, da grandi ombre dominanti le quali anziché togliere forza ai mostri presentati ne intensifica l’aura di potere ed orrore pure, il tutto aiutato da una regia dinamica che non spezza quasi mai il clima di tensione e porta lo spettatore ad incantarsi davanti tutta l’azione, facendogli perdere la coscienza del tempo, in un crescendo di tensione sapientemente calcolato.

In particolare, vorrei ritornare un attimo sulla fotografia, che si rivela sorprendente nella sua capacità di passare dal mondo reale, rappresentato attraverso un colore asettico, dominato di tonalità che vanno dal verde al marrone al grigio, in diretta opposizione al rosso acceso e alle ombre oscure dello scantinato, una luce che riporta a galla le paure dentro lo spettatore e trasporta i personaggi e chi guarda dentro un mondo infernale.
Ancora, la resa del portale che trasporta in un altro mondo, una sorta di aldilà, di valle grigia e desolata dove predominano i colori del grigio e del nero e una luminosità innaturale, un luogo oscuro e misterioso dai chiari toni lovecraftiani è altresì resa alla perfezione dagli effetti speciali (ancora più sorprendenti se pensiamo al basso budget utilizzato per tutto il film) che danno vita a questo mondo quasi onirico.

Forse unica pecca del film è dovuta alla recitazione degli attori che, seppur debbano rappresentare dei personaggi tipo, senza quindi una psicologia troppo complessa o senza dover ricevere chissà quale epifania sul significato della vita, tendono in alcuni casi ad essere banali e a rovinare quasi il clima di tensione creato con le loro poche e concise battute (seppur con qualche eccezione come Kenneth Welsh che con la sua voce calma e profonda riesce a infondere tensione e paura nello spettatore, Aroon Poole che interpreta un fantastico protagonista sul punto di una crisi di nervi o anche Ellen Wong, già nota per film come Scott Pilgrim vs The World).
Parliamo dunque di un film non perfetto, dalla trama non immediata, ma che si rivela un piccolo gioiello del genere, uno di quei film che meritano di essere visti proprio perché riescono a coinvolgere e stupire lo spettatore, non facendo pesare la sua durata.

Purtroppo il film non è al momento reperibile in lingua italiana se non sottotitolato ma, anche per chi odia guardare film sottotitolati consiglio vivamente la visione di quest’opera, soprattutto se si è alla ricerca di qualcosa di niovo, che coinvola e stupisca lo spettatore lasciandolo fino alla finne con il fiato sospeso.

Recensione: The Void

7.3333333333333

Regia

9/10

    Sceneggiatura

    8/10

      Cast

      6/10

        Pros

        • La regia e la fotografia eccezionali
        • Gli effetti speciali sorprendenti
        • Un citazionismo al mondo dell'horror ben dosato e non fine a se stesso

        Cons

        • L'assenza di una versione doppiata in italiano
        • Il cast
        • Una trama poco chiara e non immediata

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