RECENSIONE – The Place

Il cinema italiano, lo sappiamo ormai da un paio d’anni, è in piena rinascita grazie a film come Lo Chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, oppure Veloce Come il Vento di Matteo Rovere, ma se c’è un regista nostrano che si è riuscito a distinguere anche con semplici commedie quello è Paolo Genovese. Un regista che, tralasciando i due Immaturi, ci ha regalato commedie tipo Tutta Colpa di Freud, film molto leggero ma comunque estremamente curato nella regia e nella sceneggiatura, oppure La Banda dei Babbi Natale, l’ultimo vero film del leggendario trio composto da Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma Genovese ha stupito tutti con quello che può essere definito il suo miglior film: Perfetti Sconosciuti. Un film originale, che tratta argomenti interessanti e che è pervaso di una vena comica molto leggera ed elegante, e dato il successo che ha riscosso il film ecco che il regista romano torna sul grande schermo con una nuova opera che alla base ha sì un’idea originale, ma che comunque è presa dalla serie tv The Booth at the End (di cui è disponibile la prima stagione su Netflix). Sto parlando ovviamente di The Place, film ancora una volta ambientato in un unico posto dove un uomo è in grado di darti tutto ciò che vuoi, ma a un costo elevatissimo. Un costo che non prevede il denaro. Il film si presenta estremamente bene, soprattutto per il grandissimo cast ricco di grandi nomi, ma soprattutto perché Genovese è uno che ci sa fare, e con questo suo nuovo The Place riesce ancora a dimostrare di essere uno dei registi italiani migliori in circolazione.

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Se in Perfetti Sconosciuti Genovese aveva impiegato una regia più da fiction, senza troppi movimenti di macchina o inquadrature ricercate, con The Place la musica cambia. La camera rimane sempre per lo più fissa, ma abbiamo una composizione dell’immagine decisamente più curata rispetto al precedente film del regista. Una regia che ci regala delle immagini perfettamente simmetriche, che da una parte pone il personaggio interpretato da Mastandrea, e dall’altra i suoi “clienti”, ed in mezzo c’è il tavolo del bar (chiamato proprio The Place) che funge da barriera, un muro che sembra essere invalicabile e anche solo toccare quel personaggio estremamente bizzarro e soprannaturale sembra essere praticamente impossibile. Una regia che colpisce anche per i bellissimi primi piani, che riescono a dare un valore estremamente importante alle perfomance degli attori e alle emozioni provate dei personaggi. Colpisce soprattutto la fotografia ad opera di Fabrizio Lucci, assiduo collaboratore di Genovese sin dai tempi del primo Immaturi. La fotografia gioca molto su colori scuri e freddi, spesso con la fioca luce al neon rossa dell’insegna che entra dalla vetrata per colpire i personaggi. Sarebbe stato ancora meglio se questa luce rossa fosse stata più accentuata, così da creare un’immagine in pieno stile Nicolas Winding Refn, di cui comunque vengono ripresi molti dei colori utilizzati. Peccato per il montaggio che risulta essere decisamente troppo da fiction italiana. Quasi sempre si passa da una scena all’altra con una dissolvenza in nero, una trovata semplice ma decisamente banale e non usata con uno scopo ben preciso. Si potevano creare delle transizioni decisamente più creative, passando dal giorno alla notte, o viceversa, senza nemmeno uno stacco.

Stesso discorso vale più o meno anche per la colonna sonora, composta da Maurizio Filardo. La colonna sonora riprende i toni di Perfetti Sconosciuti, con tracce caratterizzate prevalentemente dal piano per conferire un tono più triste e malinconico alla scena, come tutti i personaggi d’altronde. Il problema è che se c’è un climax, oppure un cambiamento sia della situazione che dei personaggi, la musica diviene più pop, con una batteria piuttosto accentuata che tiene il ritmo. Personalmente credo sarebbe stato meglio utilizzare un violoncello, o un quartetto d’archi, per mantenere il tono malinconico e triste e, allo stesso tempo, raggiungere delle note che toccano in particolar modo lo spettatore. Ci sta che alcuni pezzi assumano delle tonalità rock in alcuni momenti, soprattutto nel finale, ma avrei comunque preferito un tocco più classico, che però poteva rischiare di essere scontato.

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Genovese è un regista che tecnicamente ci sa fare, ma il suo punto di forte rimane, e rimarrà, la sceneggiatura, scritta in questo caso a quattro mani con Isabella Aguillar. La sceneggiatura è semplicemente di ferro, non c’è una sbavatura e tutto è incastrato perfettamente. I tempi del film sono gestiti in modo eccelso, non cala mai di ritmo, senza passare dall’essere troppo lento o troppo veloce, ma riuscendosi a piazzare perfettamente nel mezzo, tenendo lo spettatore incollato allo schermo per un’ora e mezza costante. La trama sin dalla prima battuta cattura l’attenzione, e subito vuoi sapere come la faccenda si concluderà e come si chiuderà la storia di ognuno dei tantissimi personaggi presenti nel film, tutti caratterizzati benissimo e interpretati meglio. Il filo che li lega tutti, anche se forse un po’ troppo forzato, risulta essere perfettamente logico e studiato, permettendo al film di far capire allo spettatore ciò che succederà ad ognuno di essi anche senza mostrare quel determinato avvenimento, essendo il film ambientato completamente all’interno del locale dove il nostro protagonista siede allo stesso tavolo, tutti i giorni, tutto il giorno e anche la notte.

Il protagonista, di cui non sapremo il nome, non essendo un dettaglio importante, è un personaggio estremamente misterioso, profondo e tormentato, quasi soprannaturale, una sorta di vera e propria incarnazione del diavolo. Quest’uomo è in grado di darti tutto quello che vuoi, concreta o no, ma per farlo dovrai fare delle cose terribili, o che vanno contro i tuoi principi. E’ un uomo che vuole far capire alle persone che quello che si vuole lo si potrà sempre avere nella vita, ma devi dare in cambio qualcosa di prezioso se la vuoi ottenere nel modo più semplice possibile, e quel qualcosa è una parte di te, tenendoti solamente quell’aspetto marcio e malvagio della tua coscienza che non credevi di avere. Quella parte che tutti hanno e che il protagonista vuole veder venir fuori, perché crede che le persone sono capaci di fare molte più cose di quel che pensano, e crede soprattutto in una cosa importantissima: i dettagli. Grazie ai dettagli il personaggio riesce sempre a capire quando una persone mente o dice la verità, oppure se è veramente convinta a fare quello che deve.
Grandi lodi vanno soprattutto a Valerio Mastandrea, che si riconferma come uno degli attori italiani più importanti. Riesce perfettamente col suo muso lungo, lo sguardo spento e stanco, a rendere la malinconia e la stanchezza del personaggio, che non ne può più di star a sentire tutte quelle storie di dolore. Grandissima importanza ha la voce adottata da Mastandrea per il personaggio: una voce gentile, perennemente calma e nemmeno troppo profonda, in totale contrasto con quello che è poi il personaggio, verso cui avremo un dubbio dall’inizio fino alla fine del film.

Trai vari comprimari quello che più lega col nostro protagonista è Angela, una cameriera del bar che inizia a fargli delle domande per capire chi sia quell’uomo che ogni giorno si siede sempre allo stesso tavolo per tutto il giorno, dall’apertura alla chiusura del locale se non addirittura oltre. Angela cercherà di entrare nella sua complicata e intrigata psiche, un po’ come farebbe lo spettatore se fosse lì, ma, come abbiamo detto prima, capire appieno questo personaggio è una vera e propria impresa che forse non riusciremo mai a portare a termine. Il personaggio di Angela è interpretato da un nome piuttosto controverso: Sabrina Ferilli. La Ferilli recentemente ha capito che qualcosa a livello attoriale lo può dare, e che non deve recitare soltanto in quell’aborto che sono i cinepanettoni. Già nel 2013 aveva recitato in La Grande Bellezza di Sorrentino, e in The Place ci regala un’altra buona interpretazione. La Ferilli, eccezion fatta per le labbra e gli zigomi che stanno letteralmente per esplodere, è perfetto a livello fisico per il personaggio, perché Angela è una donna romana che lavora da diversi anni nello stesso posto, e si vede che è stanca, che deve sistemarsi con qualcuno, ma quel qualcuno non arriva mai e a quel punto l’unico suo rifugio diventa proprio quel bar in centro a Roma, dove cerca di instaurare un rapporto con il protagonista. Sia chiaro, non parliamo di storie d’amore o stronzate simili, ma solo un mero istinto di sopravvivenza che permette ad Angela di andare avanti nella sua solitaria vita.

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Parlare nello specifico di ogni singolo personaggio sarebbe un vero e proprio suicidio. Ognuno è estremamente caratterizzato, e subisce una profondissima e dettagliata evoluzione nel corso del film. Tutti hanno un difficile compito da portare a termine, un compito che potrebbe far male a delle persone, o soltanto a loro stessi, e non parlo solo di dolore fisico. Dovranno andare contro quelli che sono i loro valori, le loro idee, ma alla fine otterranno quello che vogliono oppure capiranno che quelle loro idee e principi erano sbagliati e inadatti al loro carattere. Cosa si può dire del cast? Eccezionale, dal primo all’ultimo interprete, ma un paio di loro meritano una menzione in particolare. In primo luogo Vinicio Marchioni nei panni di Luigi, un padre estremamente tormentato per ciò che deve fare per salvare la sua famiglia. Marchioni con il suo viso duro e di ghiaccio rende perfettamente la sensazione di distacco dal mondo reale del personaggio. Alba Rohrwacher nei panni di suor Chiara è stata una scelta perfetta. La Rohrwacher ha un fisico molto magro, fragile, un viso degno del più puro degli esseri umani, con uno sguardo totalmente innocente e quasi intimorito dal mondo che riesce a trasmettere delle emozioni uniche. Alessandro Borghi si riconferma come uno degli attori italiani più bravi di questi ultimi anni. L’ha dimostrato di nuovo recentemente con Suburra, serie Netflix prequel del film omonimo diretto da Sollima, e con questo film Genovese sceglie di dargli un ruolo molto azzardato. L’arma forte di Borghi sono gli occhi, estremamente espressivi e pieni di un’intensità che non ho mai visto in nessuno. E che ruolo gli dà Genovese? Quello di un cieco. Una scelta geniale, ironica, ma azzardata. Si tratta, però, di una scommessa che Genovese ha vinto tranquillamente perché Borghi è riuscito a rendere perfettamente le emozioni e quello che passa il personaggio nonostante abbia quasi sempre la stessa espressione. Quindi ecco che l’attore romano si concentra sui piccoli gesti, come l’andatura, il modo di sedersi e piccoli gesti con le mani.

Degne di nota anche le perfomance di Rocco Papaleo nei panni del vecchio e stanco Odoacre, di Silvia D’Amico nei panni della folle e maniacale MartinaSilvio Muccino nei panni dello scontroso, antipatico e misterioso AlexGiulia Lazzarini nei panni della vecchia, stanca, tormentata ma anche illuminata Marcella, senza tralasciare il grandissimo Marco Giallini che torna a lavorare con Genovese. Per quanto Giallini sia stato bravo, e per quanto lo adori come attore, in questo film, nel quale interpreta il burbero e disperato Ettore, è risultato essere un po’ al di sotto rispetto agli altri. Forse il problema maggiore è il personaggio stesso, che sembra essere il tipico personaggio burbero per Giallini, quasi lo stereotipo di questo splendido attore che, secondo me, avrebbe potuto dare molto di più se il personaggio fosse stato più profondo di quello che alla fine è stato. Infine abbiamo il personaggio di Azzurra, interpretata da Vittoria Puccini. La Puccini è stata brava, ma il personaggio in sé non mi è piaciuto molto. L’ho trovato abbastanza scontato e banale, senza una vera e propria evoluzione, ma non inutile ai fini della trama. Infatti vedremo come la sua storia andrà a influenzare di molto quella di altri personaggi del film. Quindi diciamo che si tratta più di un mezzo per arrivare a un certo fine.

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In sinossi, The Place è un bellissimo film, originale e molto profondo, con un lato tecnico molto curato, anche se abbastanza banale sotto un paio di aspetti. Ma è la sceneggiatura a essere il suo punto forte, con una perfetta gestione del ritmo e con una trama e dei personaggi semplicemente eccezionali. Genovese riesce ancora una volta a dar vita ad uno di quei film che possiamo inserire nella schiera di quelle pellicola che stanno riportando alla ribalta il cinema nostrano, grazie anche ad un cast eccezionale di grandi nomi.
Consiglio assolutamente la visione di The Place, perché al giorno d’oggi è sempre più difficile trovare tali progetti, soprattutto se si parla del cinema italiano.
Se invece avete già visto il film non esitate a farci sapere la vostra opinione!

 

 

 

 

The Place

The Place
7.8

Regia

7.0/10

Sceneggiatura

8.5/10

Cast

8.0/10

Pros

  • Genovese mette in gioco un lato tecnico estremamente curato, dalla regia alla fotografia, fino alla scenografia urbana.
  • La sceneggiatura è di ferro, con dialoghi incisivi e una gestione del ritmo perfetta.
  • Ogni personaggio è estremamente profondo e memorabile, collegati tra loro con un sottile filo rosso. Niente da dire riguardo il cast azzeccatissimo per ogni personaggio.

Cons

  • Montaggio e colonna sonora risultano essere un po' troppo da fiction italiana.
  • Il personaggio di Azzurra risulta essere solo un mezzo per arrivare a un determinato fine.
  • Marco Giallini (per quanto sia stato molto bravo) avrebbe potuto dare di più.

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