RECENSIONE – The Cloverfield Paradox

Il pregio di questo tipo di film, come anche 10 Cloverfield Lane che ricordo è il secondo capitolo di questo franchise è il saper vivere da soli. Mi spiego meglio. Se prendiamo i tre film che compongono la trilogia sembrano apparentemente scollegati, e per via delle ambientazioni differenti, delle dinamiche narrative e sopratutto del genere, non è difficile comprendere perché si pensa siano tre film a se stati. In The Cloverfield Paradox però si percepisce molto di più la connessione con il primo Cloverfield, sempre ammesso che le spiegazioni a cui sono arrivato siano confermate.

J.J.Abrams non è estraneo ai prodotti, sia cinematografici che televisivi, che montano sul il mistero, l’ansia, ed alle volte anche qualche salto sulla sedia ma del tipo che ti sorprende, non che ti spaventa. Il primo Cloverfield lasciava intendere un’ambientazione classica, con il mostro gigante intento a distruggere New York. Niente di più, niente di meno. Non sapevamo da dove arrivasse quel mostro ed andava bene così. Ci lasciava quel qualcosa d’indefinito con cui poter speculare, senza però darci una chiara risoluzione. Il secondo capitolo, 10 Cloverfield Lane lasciava dei collegamenti ma si concentrava maggiormente su gli aspetti da thriller a spazio chiuso, dove la mancanza d’aria è percepibile anche da noi spettatori, e dove fino alla fine non comprendi bene chi abbia ragione e chi torto, che cosa stia effettivamente succedendo, perché anche noi alla fine saremmo arrivati alla conclusione di non voler rimanere rinchiusi in quella “scatola di metallo” in eterno, e la curiosità di sapere cosa potesse esserci fuori ci avrebbe divorati al tal punto da far di tutto per vedere e capire.

Ma veniamo a The Cloverfield Paradox.

The Cloverfield Paradox propone un’ambientazione divisa fra la stazione spaziale e la superficie terrestre, che a tratti pare simultanea e ad altri dislocata in un intervallo di tempo indefinito. Esattamente la sensazione che deve dare. Il film si propone fin da subito come un classico modo di fare cinema fantascientifico horror, con una situazione ansiogena e contenuta fra pareti di metallo che fanno da scuso al gelido vuoto dello spazio. La messa in scena di un navigato produttore come J.J.Abrams che guida il regista nigeriano-americano Julius Onah mostra fin da subito il talento di quest’ultimo ma anche i tocchi evidenti del primo. Le riprese ricercate la fanno da padrone, con spesso campi stretti, riprese digitali enormemente dettagliate, ed una propensione per la scenografia reale, anche se non si risparmia qualche piccolo ma magnifico abuso di CGI, con giochi di ombre e luci. La trama prende fin da subito una piega intrigante ed interessante, che riesce a convincerti e trascinarti fino a farti fare quella domanda in testa “ma cosa cazzo sta succedendo?”.

La caratterizzazione dei personaggi è povera ma ugualmente sono riconoscibili fin da subito entro i loro rispettivi ruoli. Si comprende immediatamente quali sono i ruoli dei determinati personaggi grazie ai dialoghi piuttosto realistici che vengono infarciti spesso di quel linguaggio tecnico tanto caro a molti, con reminiscenze di quei dialoghi alla Dr. House di cui non capivamo assolutamente niente, suturati di termini tecnici che non comprendevamo ma che “facevano figo”.

Il film fortunatamente non si concentra troppo su quei termini, ma su qualcosa di più vicino a tutti. Ci ricordiamo la paura insensata che dilagò quando l’acceleratore di particelle del CERN a Ginevra venne acceso, ed il personaggio interpretato in un frame video da Donal Logue lo incarna a pieno. Si pensava che la macchina avrebbe creato un buco nero che avrebbe inghiottito la Terra, e qui il cospirazionista teme che l’acceleratore sulla stazione spaziale possa “liberare il caos” con la potenza inaudita che possiede. Questo è il primo degli easter egg più significativi, dove si comprende che forse quel mostro che ha distrutto New York è arrivato sulla Terra proprio a causa del desiderio degli umani di sopperire alla crisi energetica mondiale. Com’è possibile, ci diciamo noi, visto che il film appena arrivato su Netflix è ambientato nel 2028, 20 anni dopo i fatti avvenuti nel primo lungometraggio?

Il film scorre molto bene, molta l’ansia e la curiosità con maestria come anche altri film del genere hanno saputo fare (vedi Life, Alien), e quindi fin da subito hai timore che un’altra volta ci si presenti di fronte il nuovo film con lo spazio angusto, una crew di scienziati che non si comporta come tale, ed un essere alieno che uccide tutti. In questo il film ha una forza notevole infatti non cede al classici cliché del sci-fi/horror, ma invece crea una minaccia tutta sua, alle volte rappresentata dall’anti-cliché e se si può dire dal rispetto di una delle regole fondamentali delle sceneggiature ben scritte, mettere i personaggi in difficoltà e non permettere che le coincidenze li salvino. In questo caso la coincidenza non è fortuita, è morte.

Il peccato di questo film starebbe nella connessione con i precedenti. Alla fine della visione sembra puramente artistica, fra booblehead della Slusho, il simbolo della Tagruato sul lucchetti ermetici della stazione spaziale, fra cognomi che collegano probabilmente personaggi lungo i tre film. Un film che se si descrivesse come di comprensione intuitiva ci si potrebbe sbagliare. La pellicola struttura si un capitolo del Cloververse, con quindi un mostro feroce ed il pericolo di fronte a qualcosa che non puoi affrontare, ma si concentra principalmente su specchi di critica in cui il male è rappresentato dalla scellerata fame di qualcosa di più. Nel primo si credeva che il mostro fosse stato risvegliato dalle profondità marine durante una perforazione petrolifera da parte della Tagruato. In 10 Cloverfield Lane abbiamo visto cosa può portare il voler intorpidirsi nella sola sopravvivenza all’ombra del despota che ti controlla. E nel terzo si può leggere un messaggio precedente alla trama, sui pericoli dell’energia capitalistica, in cui il grande male è una fonte energetica arcaica come il petrolio, o in generale quella non rinnovabile.

Vediamo una Terra ormai talmente schiava dalla stasi e della mancanza di un profondo desiderio di progresso da essersi condannata con le proprie mani, tanto che nel momento stesso in cui si è cercata quell’ancora di salvezza, la speranza e il progresso hanno portato a liberare un male incredibile, lasciandoci intendere che sia troppo tardi per salvarsi. Il destino dell’umanità è incarnato a pieno nel momento finale, quando Ava e Schmidt tornano a casa a bordo della capsula. Dopo aver visto il sole bagnare le nubi e la capsula attraversarle, con la musica che incalza sospettiamo l’arrivo di un finale in sospeso, con il marito di Ava intento ad urlare al telefono di non farli tornare, che ormai la Terra è loro. In quel momento un enorme mostro di Cloverfield sbuca violentemente dalle nubi ruggendo verso il cielo come farebbe un leone sul suo dominio.

La poetica pare chiara secondo noi, ma comunque posso capire che la domanda rimanga. Chi è quel mostro? Da dove è arrivato? E’ il solito del primo Cloverfield?

Il mostro alla fine di The Cloverfield Paradox è considerevolmente più grande di quello di primo film, che ispirato a kaiju come Godzilla, arrivava al massimo alla cima dei grattacieli. Nel periodo che ha diviso i due film però è stato detto più di una volta che il mostro del primo era sostanzialmente “un cucciolo”, quindi questo nuovo mostro parrebbe confermare la cosa. Ma questo crea non poche domande. Se il terzo capitolo è ambientato nel 2028, come vi abbiamo detto prima, ed adesso la Terra è devastata dai mostri, non ci si spiega l’arrivo del mostro nel 2008 a New York.

In realtà una motivazione potrebbe esserci. Stambler stesso, il cospirazionista che abbiamo citato, in un intervista di quello che pareva essere una sorta di talk show ha esplicato la sua teoria circa l’effetto dimensionale che l’accensione dell’acceleratore avrebbe potuto avere, ovvero quello di fratturare lo spazio tempo liberando il caos. E possibile quindi che l’accensione dell’acceleratore abbia attirato alieni e mostri, e la frattura li abbia sparpagliati lungo la linea temporale. La spiegazione è però speculativa e nella teoria di Stambler stesso vediamo una paradossale mancanza di chiarezza che il film non approfondirà mai, mantenendo così l’aura di mistero e confusione che ha permeato questo franchise sin dal primo, grande film di Matt Reeves.

 

 

La produzione travagliata e l’apparenza che non sia un terzo capitolo di un franchise proviene dal fatto che inizialmente non doveva essere un film appartenente al franchise di Cloverfield, ma semplicemente una pellicola dove avremmo visto la stazione spaziale internazionale aggiornata con un acceleratore di particelle, il cui funzionamento avrebbe fatto scomparire la Terra e messo i protagonisti in pericolo. Alla fine, con una mossa che ha sorpreso il mondo, il film è stato rilasciato su Netflix un ora dopo che il trailer è stato pubblicizzato durante il Super Bowl. Sarà la mancanza di tempo per montare l’aspettativa, sarà che in Italia non siamo abituati a questo tipo di manovre, o sarà chissà quale motivazione, il film non è stato accolto bene e forse è proprio perché appare a tratti come un tentativo di collegare le precedenti due storie in modo che assieme abbiano un senso.