RECENSIONE – The Broken Key

Se siete la nostra pagina/sito allora avrete già sentito parlare del film The Broken Key, di Louis Nero. Questo perché abbiamo avuto l’onore e il piacere non solo di dare una mano a questo film di esser conosciuto a più gente possibile, ma anche quello di intervistare lo stesso regista della pellicola. Intervista che potete trovare a questo LINK.
Riguardo al film non avevo nessun tipo di aspettativa, ma molta curiosità alimentata anche dalle parole di Nero, che mi hanno dipinto un quadro molto particolare del film. Un quadro che all’interno del film c’è, ma solo come soggetto, come incipit, mentre tutto il resto, ovvero la sceneggiatura e quello che crea, non risulta essere coinvolgente, approfondito e messo in scena nel modo corretto. Sarò breve con questa introduzione, il film mi ha deluso sotto tanti punti di vista, e questo mi dispiace moltissimo perché già solo l’idea di fare film del genere al panorama del cinema nostrano fa solo bene.

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Il film aveva alla base un’idea interessante che vedeva la storia ambientata in una società futura distopica, dove stampare è illegale da quando la carta è diventata un materiale prezioso e raro. Tant’è che nel corso del film sentiremo nominare la legge che controlla proprio la circolazione della carta stampata, ma purtroppo quest’idea, che aveva un enorme potenziale, non risulta essere centrale all’interno della trama del film, e infatti si limita soltanto a dipingere in modo superficiale la società futuristica in cui la pellicola è ambientata. L’atmosfera sci-fi si percepisce molto, molto, poco, nonostante in diverse panoramiche dall’alto si possa vedere una Torino piena di teleschermi, alla fine nelle scene girate in esterna sembra che tutto sia come ora. Ho adorato l’inserimento di tecnologie vintage per dare ad alcune location un’atmosfera steampunk, come anche la rappresentazione di paesi, o zone della stessa Torino, più povere e indietro col progresso tecnologico, che sicuramente aiutano nel dare al film un’atmosfera steampunk, nella però il contrasto tra futuro e passato non è così forte perché nessuno dei due risulta essere particolarmente presente all’interno della società rappresentata.

Stesso discorso vale per il ruolo che ricopre la società che gestisce tutti i tipi di informazioni a livello mondiale dopo il bando della carta, ovvero la Zimurgh Corporation, detta anche “Grande Z”. Il logo di questa corporazione appare sempre, quasi in ogni inquadratura e questo ci fa capire quanto possa essere opprimente la sua costante presenza in ogni angolo del momento. Ma non riusciamo a provare queste sensazioni, perché di questa corporazione sappiamo poco o nulla e, soprattutto, la cosa non sembra toccare minimamente i personaggi o l’intera società. Questo soggetto, questa società distopica, poteva essere il centro di un film sci-fi veramente sensazionale, ma purtroppo Nero ha scelto di prendere un’altra strada, dando vita a un film che cerca di emulare l’atmosfera thriller di un film tratto da un romanzo di Dan Brown, mascherandosi di un’epica e di una profondità che potrebbero tranquillamente esserci, ma che non riescono a trapelare attraverso una regia poco curata che pecca sotto tantissimi punti di vista.

La regia risulta essere curata solamente in poche inquadrature, dove si vede che Nero ha voluto inserire i simboli più importanti del film, come la croce cristiana, che la ritroviamo nelle inquadrature dall’alto delle strade di Torino, oppure nella forma del satellite della “Grande Z”, e così anche in tante altre inquadrature, ed è importante perché i simboli sono una cosa molto importante del film, peccato che questi non abbiano un apparente significato, o almeno Nero non è riuscito a comunicarlo allo spettatore. Le scene d’azione, o comunque quelle che risultano essere più “impegnative”, risultano essere girate in modo molto amatoriale e casuale, complice anche un montaggio sconclusionato che porta alcune scene al limite del ridicolo. A dare la mazzata finale è la colonna sonora ad opera di Lamberto Curtoni, che risulta essere soltanto un’accozzaglia ininterrotta di cori, violini e strumenti a fiato (a volte accompagnati anche con un’insensata e fuori contesto presenza di chitarra elettrica e batteria), anche nei momenti in cui era necessaria una musica più “tranquilla” per far fruire bene allo spettatore ciò che passava sullo schermo. L’unico elemento ben riuscito dell’aspetto tecnico è la fotografia, anch’essa curata dal Louis Nero, che riesce a rendere alcune immagini molto belle, ma solo dal puro di vista estetico. Una fotografia che gioca con una gamma di colori che va dal marrone all’arancione/rosso, dei colori che danno una sensazione di sporco, mentre in poche scene abbiamo un’esaltazione di colori dalle sfumature blu. Una fotografia che riesce anche a rendere molto bene gli effetti digitali inseriti all’interno del film, e che, devo ammettere, mi hanno stupito non poco, dato che non si tratta di una produzione su larga scala.

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Louis Nero non si limita a curare la regia e l’intero aspetto tecnico di The Broken Key, ma sceglie di cimentarsi anche nella sua stessa scrittura, di cui ha sempre sviluppato il soggetto che, come abbiamo prima affermato, risulta essere particolarmente interessante, ma sviluppato male. Nero infatti sceglie di dar vita ad una trama thriller che non ha nulla a che fare con la descrizione del modello di società propostoci, una trama che non riesce a coinvolgere lo spettatore né ha catturarne l’attenzione. Si cerca di inserire colpi di scena per sconvolgere le carte in tavola, ma alla fine dei conti si tratta di colpi di scena che avvengono senza un vero motivo e messi lì solo per cercare di stupire lo spettatore, arrivando ad inserire elementi fantasy che rendono il tutto un miscuglio di roba estremamente confuso e disordinato. Ad un certo punto sembra quasi mancare il filo logico che lega ciò che fanno i personaggi e ciò che vogliono raggiungere, non si riesce a capire bene quali tipo di ricerche/indagini stiano facendo e quale sia il loro scopo. Onestamente, saprei dire veramente poco della trama perché mi è rimasto in mente poco o nulla. Niente di quello che mi è stato raccontato è riuscito a colpirmi o a soddisfarmi anche minimamente.

I personaggi risultano essere sì interessanti, ma fino ad un certo punto. Arthur Adams è un personaggio che si evolve nel corso della storia, ma si tratta di un’evoluzione parecchio confusa come anche il suo passato. Le scene flashback che riguardano il suo legame col padre (e che dovrebbero rappresentare anche il motore della trama stessa) sono deliranti e senza senso, con dei simbolismi molto particolari che ti solo fanno pensare: ‘Ma perché?’. In più ho trovato del tutto assente il paragone fatto con il personaggio a quello di Re Artù, di cui porta solo il nome. Andrea Cocco nei panni del personaggio ha cercato di dare il meglio di sé, senza riuscirci appieno e la sua perfomance è stata salvata soprattutto dal doppiaggio, ad opera del grandissimo Francesco Pezzulli. La cosa strana del film è che essendo stato girato in inglese giustamente è stato doppiato in lingua italiana, ma all’interno del cast abbiamo anche attori italiani, che però non si ridoppiano come normalmente accade. L’unica eccezione credo che possa esser fatta per Diana Dell’Erba, che ha comunque dato una perfomance vocale veramente scadente, oltre ad un’espressività molto povera. Mentre per agli altri personaggi sono stati presi grandi nomi come Luca WardDario PenneFrancesco Prando Francesco Pannofino, che, essendo doppiatori di una bravura immensa, riescono a risollevare le perfomance degli attori, ma se non fosse stato per loro sono sicuro che il film avrebbe perso moltissimo. Forse le uniche perfomance che si possono salvare senza problemi, e che forse risultano essere anche la cosa migliore del film, sono quelle di grandi attori internazionali come Rutger Hauer Michael Madsen, ma non solo, abbiamo anche Geraldine ChaplinWilliam BaldwinChristopher LambertKabir Bedi e il nostrano Franco Nero, che nonostante sia un grande nome in questo film recita in modo svogliato e scialbo.

Questi sono tutti grandissimi attori, e infatti i loro personaggi sono quelli meglio trasposti sullo schermo proprio per il carisma che sono riusciti a conferirli, e anche alle battute che hanno, va detto anche questo. Il problema è che tutti questi personaggi dovrebbero essere una rappresentazione dei sette peccati capitali, ma soltanto pochi di essi risultano essere veramente una loro rappresentazione, come il Conte RosebudTullio de Marco Frate Hugo, mentre gli altri non sembrano nemmeno avere le caratteristiche necessarie per essere delle rappresentazioni umane di tali peccati. Il problema più grande è: anche se questi risultassero essere nel modo giusto i sette peccati capitali, che cosa cambierebbe? Assolutamente nulla, soprattutto perché ognuno di essi ha un ruolo molto marginale all’interno della vicenda, come tanti altri personaggi che sembrano avere determinati rapporti con i protagonisti e invece alla fine hanno al stessa funzionalità di una comparsa. Anche quello che dovrebbe essere il villain della situazione risulta essere un personaggio monodimensionale, se si vuole proprio essere generosi. Non risulta essere una minaccia per nessuno e sicuramente la perfomance dell’interprete (di cui non ricordo nemmeno il nome), degna delle fiction alla Occhi del Cuore, non aiuta, anche perché l’attore ha una pessima presenza scenica in quanto villain.

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In sinossi, The Broken Key aveva tutte le carte in tavola per essere un thriller sci-fi con i contro cosiddetti, ma che si perde in una trama pseudo fantasy che pretende di essere capita in momenti in cui la messa in scena è talmente pessima che è impossibile anche solo percepire alla lontana quello che il regista vuole comunicare. Un film senza contenuto avvolto in una custodia raffazzonata e sconclusionata. Ho apprezzato la volontà di Nero nel cercare di curare ogni aspetto, tecnico e non, del suo film, ma forse alcune cose dovrebbe lasciarle ad altri. Personalmente credo che tra tutte le cose curate da lui quella meglio riuscita sia la fotografia.
Scrivo ciò con grande dispiacere, perché ho creduto e sperato in questo film fino all’ultimo. Ho provato a chiudere un occhio su un paio di cose, ma se nel complesso il film tutto non mi ha convinto per niente, non posso tralasciare nulla. Se il caro Nero sta leggendo questa recensione, spero che non se la prenda data la piacevolissima intervista che ci ha concesso. Detto questo, spero il meglio per la sua carriera.

 

 

 

The Broken Key

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The Broken Key
4.5

Regia

4.5/10

Sceneggiatura

4.0/10

Cast

5.0/10

Pros

  • Effetti speciali ben fatti nonostante il tipo di produzione e la fotografia rende le scene esteticamente belle.
  • Il modello della società futuristica/distopica proposto è non poco interessante.
  • I grandi attori presenti all'interno del cast danno ai personaggi un forte carisma.

Cons

  • La regia e il montaggio risultano sconclusionati e curati come da un principiante, il tutto condito con una colonna sonora sbagliata e confusa.
  • La trama non riesce a catturare l'attenzione dello spettatore, a causa di colpi di scena immotivati e elementi fantasy inseriti in modo estremamente forzato.
  • Gli attori nostrani risultano essere parecchio inespressivi e inadatti per i propri ruoli, e vengono salvati soprattutto dal doppiaggio.

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