RECENSIONE SERIAL – Daredevil

Wela! Benvenuti in un nuovo video ed il secondo episodio di Impressioni di Fine stagione.

Come concerne a questa rubrica, parlerò di una serie terminata, o che semplicemente è finita la stagione e siamo in attesa della prossima. E di quale altro serial potrei parlare se non della serie che ha creato scalpore nel web, manco fosse l’apparizione della madonna su un pezzo di pane?

Ovviamente parlo di Daredevil, o meglio il serial targato Marvel/Netflix che narra la genesi del Diavolo di Hell’s Kitchen. Via!

La serie prende vita dalla mente di Drew Goddard, ispirata ai fumetti della casa delle idee. Il nostro amico Goddard, giovane regista e showrunner, mette le mani sulle avventure del Diavolo della Marvel, sapendo bene di dover stare molto attento, dopo il disastroso Daredevil con Ben Affleck e Jennifer Garner. Incuriosito scoprii a cosa avesse lavorato prima questo giovane regista, e notai la collaborazione con Joss Whedon del film Quella casa nel bosco.

Cazzo, allora una speranza c’è!

Ammetto che storsi la bocca al sentire che sarebbero state riportate ancora una volta le avventure di Matt Murdock, perché, ad essere sinceri, Daredevil non è mai stato nemmeno nella top five dei miei supereroi preferiti.

Allora presi in mano il mio scetticismo, lo misi in un cassetto e provai a guardare le prime due puntate, e da li, rimasi affascinato dai toni che la serie aveva assunto.

Pro e contro

Come pro a questa serie va una trama accattivante, ma anche tipica dei cinecomic a cui il cinema ci ha fatto appassionare. Con questo non voglio dire che sia uguale a le altre serie super-eroistiche, perché vi assicuro che è tutto forche un banale cinecomic. Nonostante il genere mi piaccia, ammetto la banalità di alcune trame, e la verità che sta dietro a questi film, ovvero un mucchi di blockbuster ad alto budget. Niente di particolare insomma. Ma Daredevil è proprio tutto l’opposto.

Nonostante la trama verta intorno alla genesi di un supereroe, la storia è frastagliata con cura, messa tutta in una cornice di colori che ad un novellino potrebbero far notare solo i toni dark, ma che mette a disposizione il significato dei colori stessi per spiegare le scene. Il giorno, spento, mai troppo colorato di una città alla deriva, una parte di New York dimenticata, fra spazzatura per le strade, poliziotti corrotti, e la paura di agire dei buoni. Ed i flashback in toni carboncino, tipici della New York cinematografica assoggettata sotto la mafia all’italiana.

La notte in cui il Diavolo di Hell’s Kitchen opera in cerca di giustizia, pervasa da tonalità rosse, nere e giallastre, che rappresentano il sangue versato, le tenebre simboliche della città, e la cupidigia che si nasconde dietro un apparente calma per le strade.

Una menzione particolare va alla regia. Pulita ma anche sporca, il più delle volte in presa diretta. Cambi d’inquadratura si alternano dopo quattro pungi dell’uomo con la maschera, e i discorsi, dovuti a una sceneggiatura più che eccellente, si alternano in modo talmente fluido che a malapena ce ne rendiamo conto. Una menzione particolare va alla scena di combattimento contro i russi che va a terminare la seconda puntata. Un piano sequenza egregio, in cui viene trasmesso anche la forza dei colpi e la stanchezza di un combattimento così. Charlie cox eccellente in queste scene come in quelle discorsive, e rende onore ad un personaggio a cui era caduta la lama della ghigliottina cinematografica per via di una pessima regia in passato.

Semplicemente il Matt Murdock che il beniamino Affleck non era riuscito a trasporre su celluloide, con un espressività a tratti vuota a tratti perfetta, come ci si aspetta da un personaggio cieco, ma che in qualche modo riesce a vedere. Le parti in cui deve far credere a tutti che lui sia cieco, e la naturalezza con cui ci convince che lui non è nient’altro che un povero figlio di un boxer di un quartiere povero, ci impietosisce e ci affascina, ma ci ricorda anche che lui non ‘ nient’altro che un uomo tormentato. La battaglia interna fra il seguire la legge in quanto avvocato, ed il suo ater-ego in maschera che porta rimedio dove la legge non riesce ad arrivare.

Deborah Ann Woll è un’altra rivelazione di questa serie. Kare page, una piccola ingenua ragazza incastrata per errore in un omicidio, diventa la segretaria dello studio Nelson & Murdock, votata allo smascherare gli oscuri segreti della compagnia per cui lavorava, che macchina nelle tenebre in una città corrotta, dove nessuno si salva o è veramente ciò che dice di essere.

E qui una menzione speciale va proprio a questo oscuro uomo, il burattinaio che tira i film della criminalità organizzata fra i meandri di Hell’s Kitchen, Wilson fisk, interpretato dal maestoso Vincent D’onofrio.

Sappiamo tutti che questo è un grande attore, e credo che ormai solo i sassi non sanno che interpreto palla di lardo nel famosissimo cult firmato Kubrick: Full Metal Jacket, ma la sua capacità recitativa va aldilà della mera aspettativa verso un attore di questo calibro. Il profilo del personaggio è caratterizzato proprio da scene di silenzio, con solo musica in sottofondo, o profondi monologhi ricchi di significato, che inquadrano il villain che Kingpin in realtà è, un ibrido fra uomo e mostro, il perfetto connubio fra il cercare di fare del bene, nel suo modo di vederlo, incutendo una calma inquietudine nei cuori di chi lo incontra; e la rabbia che cresce, il bambino arrabbiato che vive dentro di lui, che non si perita di schiacciare la testa di un suo sottoposto con la portiera della sua auto.

Che dire di più? Ho cercato a lungo, ci ho riflettuto, ma di contro non ne ho trovati. Potrei scendere nel banale e dirvi che la serie non è per tutti, vista la qualità, ma nemmeno questo è vero. La serie può piacere sia a gli amanti dei cinecomics che ai profani. La recitazione è molto buona da tutto il cast, la regia è estremamente curata, la fotografia fa il suo lavoro, e la serie si struttura in modo che niente venga lasciato al caso, senza buchi nella trama, raccontandoci a pieno la genesi di un supereroe. Insomma Daredevil fa esattamente quello che un prodotto cinematografico perfetto dovrebbe fare, ma trasportandolo in un serial.


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