RECENSIONE – La Forma dell’Acqua (The Shape of Water)

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Nella nostra società, tendiamo a bollare coloro che non rispecchiano i canoni di “Normalità” come “diversi” o emarginati.
Questo avviene perché, tutto ciò che si distingue ed evade dalla monotona routine, è considerato pericoloso e non allineato al pensiero comune, alla forma comune o solo al modo in cui si abbiglia che noi “normali” decretiamo essere  consono.
E’ in questo cratere di pregiudizio che alberga il lato oscuro dell’umanità, si cela sotto forma di falsi sorrisi, segregazioni mentali e catalogazione dei soggetti non idonei, La Forma dell’Acqua nasce e si costruisce sopra questo grande pregiudizio moderno.

Guillermo del Toro lo sa bene, è un regista colto e attento alla sua epoca, crea film con maestria ed ogni suo prodotto è riconoscibile grazie a vari marchi di qualità: Atmosfere cupe, spesso avvolte da una luce quasi soffusa, molto irreale (HellBoy, Il Labirinto del Fauno, Crimson Peak), oppure da uno pseudo cinismo, portato a volte all’ironia, come nel caso di Pacific Rim.
Difatti Del Toro si trova a suo agio con creature particolarmente mostruose e inusuali, spesso dissacranti ma ancora più spesso fragili, non nel corpo ma nella loro anima.

Da qui nasce La Forma dell’Acqua (The Shape of Water):

Ecco una breve Sinossi:

Baltimora, 1962. Elisa Esposito è una donna affetta da mutismo, a causa della recisione delle corde vocali da bambina, che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo dove vengono effettuati degli esperimenti atti a contrastare la Russia durante la Guerra Fredda. I suoi due unici amici sono la collega afroamericana Zelda e l’inquilino gay Giles, coi quali condivide una vita di solitudine ed emarginazione. Un giorno al laboratorio viene portata una cisterna contenente una creatura anfibia dall’aspetto umanoide: è stata catturata in Amazzonia dove gli indigeni locali la veneravano come un dio. Elisa rimane molto affascinata dalla creatura, e comincia ad andarla a trovare di nascosto portandole del cibo e insegnandole a comunicare tramite il linguaggio dei segni.

Il film appare sin dagli inizi un’ottima ricostruzione dei primi anni sessanta: una forte discriminazione razziale imperversa negli States, i “negri” sono allontanati dai luoghi per bianchi e non possono nemmeno divenire uomini o donne in carriera. Tutto questo è edulcorato ad una terribile intolleranza verso orfani (Come Elisa), omosessuali (Giles) e diversi di ogni genere, come la creatura anfibia.

Strickland un sadico e violento colonnello dell’esercito, è assegnato ad una struttura di ricerca che cerca di produrre risultati per la corsa allo spazio, ciò implica anche lo studio della creatura anfibia a scopo scientifico, per permettere all’uomo di resistere alle radiazioni e all’assenza di gravità.
Ecco che il fine giustifica i mezzi, che la cecità e l’obbedienza ai superiori incrollabile, oltre che all’arrivismo assoluto, fanno di Strickland il vero nemico della storia, incarnazione del consumismo sfrenato, della depravazione sessuale, del maschilismo e della violenza incessante che fa di lui un mostro vero e proprio, sicuramente peggiore di quello che lui stesso definisce un “essere schifoso” trascinato fuori dalla fanghiglia del fiume.

Si contrappone a questa terribile figura quella di Elisa Esposito, orfana di origine italiana a cui è stata tagliata la Laringe da piccola, con evidenti cicatrici sul collo, questo la porterà ad attirare l’attenzione di Strickland, ossessionato da lei in quanto muta e sessualmente eccitato da questo suo mutismo, essendo egli un uomo prepotente e dominante.
Lisa tuttavia, oltre a rifiutare le avance dell’uomo, si innamora della creatura anfibia, inizialmente molto diffidente a causa delle continue torture subite dai suoi carcerieri.
L’amore supera ogni ostacolo, anche quello tra due specie totalmente distinte, durante il film il crescendo narrativo ci suggerisce un interazione affettiva tra i due sempre più romantica e toccante, questo avviene grazie alla società che tanto li ha emarginati e lasciati soli, Elisa in un senso e la creatura in un altro.

Quanto si può amare e quanto -soprattutto- l’amore può dare in cambio? La libertà è sicuramente uno degli aspetti principali, nel vivere un’amore da prigionieri non c’è alcuna giustizia.
Elisa sa che il generale Hoyt e Strickland vogliono uccidere colui che ama per il mero scopo di vincere la corsa allo spazio contro i russi, i quali -con somma maestria- avevano già precedentemente infiltrato una loro spia nella struttura, il dottor Hoffstetler, anch’esso impressionato dalla creatura e dunque disobbediente verso i superiori che lo avevano incaricato di ucciderlo.
Sarà proprio quest’ultimo ad aiutare Elisa, Giles e l’amica Zelda a liberare l’ibrido, per un amore ben diverso da quello che prova la protagonista, l’amore per la diversità esso colpisce lo scienziato e anima i cuori dello spettatore, differenziando i tipi d’affetto possibili e creandone due ben distinti, entrambi colmi di conseguenze terribili.

La fuga dell’essere non rimane impunita, Strickland infatti, minacciato dal suo diretto superiore, scatena la sua ira cieca contro chiunque, a costo di recuperare l’anfibio in possesso di Elisa.
L’amore intanto tra i due si lega anche nel sesso e il connubio dei corpi genera passione e un legame ormai indissolubile, anche il dialogo diviene più intenso, la creatura riesce a comunicare con Elisa tramite il linguaggio dei segni.
Tutto questo tuttavia è destinato a durare poco, il giorno della liberazione si avvicina ed Elisa sa che quel giorno dovrà rinunciare al suo amore, ma la libertà ha un prezzo…

Il prezzo da pagare è la morte (anche se apparente), Strickland scopre, tramite la tortura di Dimitri (il dottor Hoffstetler), già ferito a morte dai suoi compagni Russi, la posizione della creatura.
La corsa disperata di un uomo disperato, egli sa che se non produrrà risultati, verrà allontanato dall’esercito, da ogni tipo di carriera e dimenticato dal mondo, Strickland, con prontezza, rintraccia Lisa e l’anfibio, poco prima che quest’ultimo sia liberato e li uccide (apparentemente).
La creatura tuttavia sembra possedere peculiarità incredibili e rigenerative, nonostante i due proiettili nel petto, riesce a riprendersi e uccide il Colonnello, ormai conscio di aver fallito e pronto ad ammettere il fatto che l’anfibio sia un dio, come sostenevano le popolazioni amazzoniche da cui lo aveva strappato.

Lisa sembra morta, tuttavia il suo amato la trascina in acqua e nello stesso punto dove aveva le cicatrici, crea per lei delle branchie che, oltre a salvarla, permettono alla ragazza di vivere il suo sogno d’amore, anche se negli abissi gelidi.

Un lieto fine abbastanza particolare, culmine di un crescendo emozionale che procede dal prologo fino all’epilogo del film.
Banalmente qualcuno tra i più stupidi moralizzatori ha bollato il film come l’amore tra una donna e una bestia, dimostrando ancora una volta di non sapere nulla di cinema e avere solo la presunzione di sputare sentenze su una perla rara come La forma dell’Acqua.
Il film è potente e la struttura che crea molto salda, in poco meno di due ore, ogni contesto e ogni macro e micro storia trattata, segue uno slancio particolare.
Il diverso e l’amore che unisce è il macro tema, gli altri temi sono senza dubbio la segregazione, la violenza e l’amicizia, qualcosa di veramente attuale, se ci pensate, non certo legato esclusivamente agli anni ’60.

Il nostro mondo forse, sarebbe migliore se invece di concentrare l’attenzione sulle differenze, ci si potesse focalizzare sull’amore e su quello che è il sentimento principale per unire e fondere le menti e i corpi di coloro che secondo il canone sono scissi e troppo diversi per poter provare questo stupendo sentimento.