Recensione: La Donna Che Visse Due Volte

Vertigo, in Italia conosciuto con il titolo La donna che visse due volte, è un film del 1958 diretto da Alfred Hitchcock e basato sul romanzo di Pierre Boileau e Thomas Narcejac con James Stewart e la bellissima Kim Novak, questo è uno dei film più conosciuti e discussi del grande regista inglese, il re della suspence, probabilmente uno dei suoi capolavori e sicuramente tra i miei film preferiti.

Parlare di questo film, che fa oggigiorno discutere i critici di tutto il mondo, non è certo facile, qui Hitchcock modella sui suoi attori personaggi oscuri, perversi, carichi di mistero e realizza alcune delle sequenze più iconiche di tutti i tempi come la famosa distorsione che avviene quando Scottie guarda nella tromba delle scale del campanile, una carrellata all’indietro con il dolly combinata con uno zoom in avanti entrata nella storia del cinema, una tecnica oggi molto usata ma che all’epoca era stata realmente una rivoluzione.

Questo film è stato innovativo sotto così tanti punti di vista, non solo dal punto di vista tecnico, che l’insuccesso iniziale può  essere spiegato solo pensando quanto aveva osato il regista inglese, realizzando uno dei suoi film più personali e controversi e per questo non certo un film adatto al pubblico, abituato ad un Hitchcock decisamente più dinamico.

Ma la sua eredità è stata da molti rivalutata negli anni e, nonostante le discussioni, quello di cui stiamo parlando è uno dei veri pilastri del cinema, non solo americano.

La storia è quella di Scottie, un ex ispettore di polizia che è stato ingaggiato per sorvegliare la bellissima Marlene, donna sposata il cui comportamento fa temere il marito che lei sia sul punto di uccidersi. Il detective pedina la donna, la segue ovunque, la salva da un tentativo di annegarsi e arriva anche ad innamorarsi di lei ma a causa delle sue vertigini non riuscirà a salvarla quando si butterà da un campanile.

Colto da una depressione nervosa prova ad andare avanti con la sua vita fino a quando non incontra Judy, sosia di Marlene, nella quale rivede la donna scomparsa al punto di volerla ricreare in lei, scoprendo che la storia è molto più complessa di quanto potesse immaginare.

Il film, che non è mai stato un grande successo al botteghino, è di fatto la summe di tutta la poetica e lo stile del maestro inglese, carico di suspence, sorprese, ossessioni e perversioni, soprattutto nel personaggio di James Stewart, il giovane Scottie, il quale prova un amore morboso verso la bella Marlene, un’ossessione che viene descritta con grande eleganza e finezza attraverso le riprese dello sguardo di Scottie, allucinato quando la rivede o quando dopo il tentato annegamento Marlene si risveglia nuda nel letto dell’ex ispettore di polizia e qui il regista suggerisce allo spettatore, con la solita eleganza, che Scottie l’ha spogliata, l’ha vista nuda senza che nulla di ciò però traspaia dal dialogo tra i due personaggi.

Come disse lo stesso Truffaut in questo film c’è un certo clima contemplativo, una certa lentezza che non si trova negli altri film dell’autore inglese, un ritmo comunque perfettamente naturale dato che la storia è raccontata dal punto di vista di un narratore tanto emotivo.

Gli attori sono dei pilastri del cinema americano, James Stewart, eroe americano che ha collaborato numerose volte con registi del calibro di Hitchcock e Frank Capra, e Kim Novak, una delle attrici più affascinanti di Hollywood che qui, nel doppio ruolo di Marlene e di Judy da prova di grande talento oltre che di una bellezza travolgente.

Curioso pensare come in realtà il ruolo della Novak fosse stato pensato per un’altra attrice, Vera Miles, all’epoca incinta e quindi impossibilitata a ricoprire la parte e che questo, insieme all’atteggiamento decisamente focoso dell’attrice, abbia creato non pochi scontri tra lei e Hitchcock stesso (lui stesso nel libro “Il cinema secondo Hitchcock” di Truffaut sembra velatamente accusarla di non essere la tipica donna alla Hitchcock e quindi di essere una delle cause dell’insuccesso al botteghino della pellicola).

Stewart d’altro canto riesce a calarsi perfettamente nel ruolo di Scottie e, guidato dal re della suspence, da vita ad un personaggio si positivo ma certamente perverso e morboso, un personaggio che è tanto ossessionato da una donna da cercare di ricostruirla nel volto di un’altra.

Le scene più belle del film sono quelle in cui Scottie, con il solito sguardo tormentato, cerca di ricostruire Marlene in Judy, portandola in sartoria per avere abiti identici a quelli della donna e dal calzolaio per delle perfette scarpe su misura.

Ma ancora di più il finale, nella tempesta, dove Scottie per avere conferma dei suoi sospetti affronta la sua paura del vuoto, le vertigini (vertigo per l’appunto), porta Judy sul tetto del campanile e si libera finalmente della sua ossessione.

Il film, cattivo, morboso e a tratti spietato, tratta argomenti crudi e difficili rappresentandoli con eleganza e maestria, una fotografia impietosa dell’animo umano ricreata attraverso una storia misteriosa e affascinante, una storia degna di Alfred Hitchcock.

Quindi, in sintesi, la donna che visse due volte è un gioiello del cinema che merita di essere visto più e più volte e che, ogni volta, vi terrà con il fiato sospeso come la prima.

8.8

Regia

9.0/10

Sceneggiatura

9.0/10

Cast

8.5/10

Pros

  • La regia di Alfred Hitchcock
  • La recitazione di due leggende del cinema come la Novak e Stewaet
  • Una sceneggiatura ed un soggetto solidi e ben curati

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