RECENSIONE – IT (SPOILER)

Se c’è uno scrittore che tutti noi conosciamo e amiamo, quello è sicuramente Stephen King. Ok, forse non tutti lo amano, ma va ammesso che ha regalato storie che sono divenute dei cult e che hanno dato molto non solo al panorama letterario, ma anche a quello cinematografico. Grandi capolavori come The ShiningCarrie Il Miglio Verde sono tutti frutti della sua mente, e non sono nemmeno tutti! Alcuni sono stati trasposti anche direttamente come miniserie per la televisione da due episodi, e sicuramente quella più celebre che tutti hanno visto almeno una volta, o che almeno conoscono, è IT, tratta dall’omonimo romanzo scritto nell’86. La miniserie del ’90 di Tommy Lee Wallace, con Tim Curry nei panni di Pennywise, è divenuta una vero e proprio cult, ma sono passati ben 27 anni (guarda un po’ che coincidenza) dalla sua uscita, e per certi aspetti è invecchiata parecchio male, ma per altri si è mantenuta molto bene. Dato il grande numero di fan che ha IT, è chiaro che una sua trasposizione cinematografica avrebbe fatto parecchio discutere. Infatti il film non solo si sta rivelando un successo enorme al botteghino, ma anche per quanto riguarda la critica. Ora però, abbiamo finalmente avuto modo di vedere questo attesissimo film e siamo qui per dirvi la nostra. IT sarà stato all’altezza delle aspettative oppure è uno dei tanti horror commerciali?

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Prima di entrare veramente nel vivo della recensione vi avverto che verranno fatti spoiler. Pertanto se volete una recensione riguardo al film più generale potete trovarla nel video, realizzato dalla nostra cara Wasp, che vi linko qui sotto.

Allora, iniziamo col mettere in chiaro alcune cose. In primis, non ho letto il libro di King ma ho visto la miniserie di Wallace, pertanto se dovrò proprio fare un paragone sarà tra il film e la miniserie. Punto secondo, IT di Wallace è una miniserie, mentre l’IT di Muschietti è un film vero e proprio, con budget, gestione della storia e messa in scena totalmente diversi. Quindi non vedete il lavoro di Muschietti come un remake, ma come la prima vera e propria trasposizione cinematografica  del romanzo.

Da IT mi aspettavo un buon horror, che riuscisse veramente a far paura, ad inquietare e a non farti sentire tranquillo quando ti trovi da solo la sera. Ma d’altra parte mi aspettavo anche un horror per la massa, uno di quelli che si basano solo su jumpscare e stronzate varie per tirar fuori lo spavento facile e far divertire i cosiddetti ‘casual watchers’. Credo che IT stia esattamente nel mezzo. E’ per metà horror impegnato e per l’altra metà horror commerciale. Se siete tra quelli che definiscono IT come il film horror più spaventoso degli ultimi, per carità, sono gusti personali e pure a me il film è piaciuto non poco, ma mettiamo in chiaro una cosa: il film non fa paura. IT ha una messa in scena, una regia e una fotografia davvero ben curati, ma, per come sono state scritte, le varie scene non riescono a metterti paura o comunque quella sensazione di angoscia e orrore che provi quando vedi un vero horror. Se volete vedervi un horror moderno che trasmetta veramente queste sensazioni allora vedetevi The BabadookThe VVitch It Follows e poi ne riparleremo. IT è un horror che trasmette sicuramente delle sensazioni di angoscia e di inquietudine grazie ad elementi abbastanza grotteschi e forti, ma non ti sciocca a tal punto da farti rimanere con le unghie incollate ai braccioli della sedia. Questo perché il film ha una messa in scena molto bella, ma il concetto di base che si cela dietro quello che vediamo non ci spaventa più del minimo. Quindi quello che voglio dire è che IT, più che spaventare, diverte e intrattiene.

Andy Muschietti è un regista che si è già fatto valere con l’horror gotico La Madre, che voglio recuperare il prima possibile, e che mi ha a dir poco stupito con la regia di questo IT. Muschietti mette in gioco una regia curatissima dando un grande valore a quello che accade sullo schermo, anche se, come ho detto poco fa, quello che accade non tocca più di tanto lo spettatore, o meglio, lo fa ma non nel modo che mi aspettavo. Abbiamo campi che inquadrano prima le facce spaventate, scioccate dei protagonisti e subito dopo contro campi che inquadrano l’elemento che dà vita allo spavento, dando vita a uno scambio di immagini molto dinamico che dà un grande valore a quello che sta succedendo, creando un climax che cresce finché la situazione non si risolve, in bene o in male e questo tipo di messa in scena raggiunge il suo apice nella già celebre scena del proiettore, a parer mio la sequenza più bella di tutto il film. L’inizio con loro che indagano, spinti dalla sensazione di far parte di qualcosa di importante che però viene subito dopo sostituita da una sensazione di angoscia e di terrore che continua a crescere fino alla fine. La scelta dell’immagine della madre che diventa quella di Pennywise è fantastica e molto inquietante, peccato solo che l’abbiamo mostrato un po’ ovunque mesi prima dell’uscita. Una sequenza davvero ben gestita che raggiunge il culmine con l’apparizione demoniaca del Clown Danzante, il tutto condito con uno jumpscare MA, c’è un enorme ‘MA’. Il film ha dei jumpscare, nemmeno pochi, e io personalmente detesto gli jumpscare perché spaventano, non mettono paura. Sono sequenze che ti fanno fare il salto dalla sedia ma dopo due minuti non ti rimane niente se non il ricordo, mentre un buon horror riesce a farti sentire angosciato anche giorni dopo che l’hai visto e senza l’uso di nessun jumpscare. Però i jumpscare di IT, sono gestiti molto, molto, bene, proprio grazie alla bellissima messa in scena firmata Muschietti. Quando Beverly viene rapita da Pennywise tutta la sala (io compreso) ha fatto un enorme salto sulla sedia proprio perché Pennywise era l’ultima cosa che ci aspettavamo dopo quello che era successo poco fa. Pertanto parliamo sì di jumpscare, che comunque sarebbe stato molto meglio evitare, ma comunque ben costruiti e che funzionano all’interno del contesto del film. Gran parte del merito va anche al montaggio, ad opera di un certo Jason Ballantine, senza il quale la regia di Muschietti non avrebbe sicuramente raggiunti questi livelli di qualità molto alti. C’è da dire però che lo scontro finale nella tana di Pennywise è diretto in modo fin troppo confusionario. L’uso della shaking cam e il montaggio fin troppo serrato rendono l’immagine poco chiara e anche fastidiosa da vedere.

Complici anche tutti gli altri aspetti del lato tecnico, in primo luogo la colonna sonora ad opera di Benjamin Wallfisch. Se avete letto la recensione di Blade Runner 2049 allora dovreste sapere molto bene chi è Wallfisch, ma per chi non lo sapesse deve sapere che questo è stato praticamente il suo anno, per quanto riguarda le colonne sonore. Hans Zimmer è il più grande compositore di colonne sonore dal 2000 a oggi, c’è poco da fare, e se vi chiedete se tutte quelle storie riguardanti i ghost writers siano vere, beh, sì, lo sono. C’è però una cosa che tutti dimenticano: questi ‘writers’ sono tutto meno che ‘ghosts’. Zimmer ha sempre dichiarato chi l’ha aiutato nella composizione di ALCUNE delle sue colonne sonore (se andate su Spotify trovate tutti i nomi) e Wallfisch è quello che più ha aiutato Zimmer negli anni. Quest’anno Wallfisch ha firmato due temi di Dunkirk (ovvero Variation 15 Home), ha composto gran parte della colonna sonora del già citato Blade Runner 2049 (dando vita a un vero e proprio capolavoro) ed eccolo che lo ritroviamo dietro alla colonna del film più chiacchierato dell’anno, e lasciatemi dire che il risultato è davvero molto buono. Certo, non parliamo di chissà quale colonna sonora, già solo Variation 15 di Dunkirk vale tutto l’album di IT, però di certo non è una musica anonima come molti hanno affermato. I cori dei bambini angosciati, i violini che stridono e questo suono tecno distorto rendono le scene di forte impatto, soprattutto quelle in cui Pennywise mostra parte della sua vera forma. Anche i jumpscare tanto odiati presentano delle melodie abbastanza angoscianti e inquietanti.
Molto bella e di impatto anche la fotografia di Chung-hoon Chung, nome sconosciuto al grande pubblico ma che con questo film si presenta in grande stile. La fotografia ha un tocco vintage, perfetto per l’ambientazione del film, con toni scuri ma molto caldi, una fotografia che in parte mi ha ricordato quella vista in Madre! di Aronofsky. Una fotografia che comprende una gamma di colori che vanno prevalentemente dal marrone al giallo, includendo sfumature arancioni, rosse e, ovviamente, il nero delle ombre, ma non solo, viene molto accentuato per rendere l’atmosfera molto cupa. Insomma, una fotografia che fa senza ombra di dubbio il suo lavoro e che, soprattutto, non risulta essere anonima.

Devo però dire una cosa, e questa cosa c’entra con Cary Fukunaga. Molti di voi sapranno che prima di Muschietti era stato scelto Cary Fukunaga (regista della prima stagione di True Detective) ma che purtroppo ha dovuto lasciare la regia del film per divergenze creative, come spesso accade. Muschietti ha fatto un buon lavoro, e su questo siamo d’accordo, ma Fukunaga voleva dar vita a qualcosa che fosse anti-convenzionale, che fosse veramente scioccante, qualcosa di originale e che riuscisse a tirare fuori la vera essenza del personaggio creato da Stephen King. Purtroppo, però, sappiamo tutti che le grandi major preferiscono i grandi incassi alla qualità, che comunque non manca assolutamente nel film di Muschietti, quello che però manca sono quelle sensazioni che ti toccano nel profondo, e credo proprio che Fukunaga avrebbe trasmesso queste sensazioni. D’altra parte però Fukunaga è rimasto dietro la produzione del film come sceneggiatore, e effettivamente la sua mano si vede. I dialoghi sono tutti memorabili così da rendere i personaggi a dir poco memorabili e approfonditi, ma soprattutto hanno portato sul grande schermo un Pennywise che non scorderemo mai più e che sono sicuro diverrà una vera e propria icona della cultura pop.

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Il Pennywise che si è visto nella miniserie del ’90 mi è piaciuto, Tim Curry ha fatto un ottimo lavoro ed è la cosa che sicuramente è meglio invecchiata della miniserie, ma Bill Skarsgård è riuscito a portare sul grande schermo un Pennywise perfetto, decisamente più sfaccettato e inquietante di quello che abbiamo visto nella miniserie. Il Pennywise di Skarsgård  lo vedi sin da subito che ha qualcosa di inumano, la sua forma umana sembra essere sbagliata, fin troppo artificiale. Una creatura misteriosa che cerca di fingersi umana ma che non ci riesce appieno, e secondo me a dimostrare ciò è stato l’incredibile lavoro che ha svolto Skarsgård con il personaggio. Il sorriso è agghiacciante, storto  ed è proprio per questo che è perfetto. Nella suo essere artificiale il sorriso è la chiara dimostrazione che questa creatura sta cercando in tutti i modi di sembrare umana, ma vari elementi del suo aspetto (se non tutto) trasmettono a noi spettatori, e ai personaggi, l’esatto contrario. La scelta di prendere Skarsgård per interpretare Pennywise è stata azzeccatissima perché l’attore ha una faccia inquietante di suo senza il trucco, ha una fisicità perfetta per trasmettere la perenne inquietudine che caratterizza il personaggio. Anche gli occhi che non sono perfettamente in linea in certi momenti sono proprio tipici dell’attore, e Muschietti ha messo in evidenzia questo particolare di Skarsgård per rendere il personaggio ancor più inquietante. Ovviamente il trucco e gli effetti speciali (in CGI e non) hanno contribuito e aiutato Skarsgård per dar vita al personaggio, e ci tengo a precisarlo perché sono di ottima qualità. Il make-up di Pennywise è perfetto, agghiacciante al punto giusto e molto grottesco, soprattutto per il vestito da clown molto vintage. Spezzo una lancia a favore del film dicendo che gli effetti in CGI sono davvero ben fatti e si amalgamano molto bene con quello che accade sullo schermo.
Il film me lo sono dovuto per forza di cose vedere doppiato, ma dalle varie clip (leaked e non) sono riuscito a sentire anche quale voce Skarsgård ha messo in gioco per il personaggio. La voce è a dir poco agghiacciante, stridula e acuta in alcune scene ma che diviene grave, rauca e ruvida subito dopo. Cambia in base alle situazioni e all’umore del personaggio. Una voce quasi bestiale, che tira fuori il lato animalesco del personaggio. Una voce semplicemente perfetta e di fortissimo impatto. Se ve lo state chiedendo la risposta è sì: la versione italiana rende tantissimo. Emiliano Contorti è riuscito perfettamente a imitare la voce che ha impiegato Skarsgård nella versione originale, e questo dimostra ancora una volta che noi italiani per quanto riguarda il doppiaggio siamo i migliori sul mercato. Non mi fa impazzire il fatto che continuino a chiamare la creatura col nome “It”. In inglese il nome “It” ha del tutto senso, perché è il pronome che si usa per indicare un qualcosa sessualmente indefinito o di inanimato. In pratica lo si usa quando si intende una cosa e credevo che avrebbero rimediato a questa banalità già vista nella miniserie.

La natura del personaggio rimane ancora abbastanza oscura, soprattutto per chi non ha mai visto prima di questo film la miniserie e non ha nemmeno letto il libro, ma credo che si siano tenuti tutto per il secondo capitolo, in uscita nel 2019 e che già non vedo l’ora di gustarmi. In certi momenti vengono fuori le principali caratteristiche che mostrano la vera natura del personaggio, in primo luogo i denti aguzzi, che funzionano benissimo. Complice sempre Skarsgård con il suo sguardo a dir poco minaccioso, soprattutto quando i denti escono talmente tanto da deformare non di poco la faccia del personaggio. Oppure quando Beverly gli penetra la faccia con la lancia fatta in casa, in quel momento la creatura non riesce a rimanere dentro le sembianze artificiale di Pennywise e il risultato è un essere deforme, da una parte ancora con fattezze umane, ma dall’altra decisamente inumano e mostruoso. Ad ogni modo, la vera natura del personaggio è ancora da definire bene e spero che la rendano meglio di come Wallace ha fatto con la miniserie, dove alla fine si veniva a scoprire che dietro Pennywise si celava soltanto una sorta di insetto gigante, che non rendeva nemmeno bene sullo schermo. Spero che alla creatura gli diano una forma deforme, una corpo distrutto e del tutto inumano ma che preserva allo stesso tempo delle caratteristiche fisiche tipiche dell’uomo, diciamo che vorrei una creatura tipo La Cosa di Carpenter, sarebbe decisamente una figura molto forte e grottesca, entrambi elementi che comunque sono presenti in grande quantità anche in questo film, e ciò mi ha sorpreso molto.

Sono rimasto molto colpito dal fatto che il film in Italia si sia beccato il divieto ai minori di 14 anni, ma una volta visto il film devo dire che è necessario. Con mia grandissima sorpresa, e anche soddisfazione, ho notato che ci sono tantissime scene molto violente e esplicite che a molti possono dar fastidio, ed è proprio per questo che dico che IT non è solo un horror commerciale, perché ha delle cose che lo elevano e lo portano più vicino all’horror d’autore/indipendente. La scena della morte di Georgie è qualcosa di meraviglioso: Pennywise riesce a far avvicinare Georgie e a quel punto ecco che lo vediamo sfoderare i denti e affondarli nel braccio del bambino, dopodiché, stacco tattico per non mostrare l’atto violento. A quel punto ho pensato ‘Ci sta, me l’aspettavo dato che spesso alle stesse major danno fastidio queste scene’, ma nemmeno ho fatto in tempo a finire il pensiero che con un altro stacco Muschietti ci mostra una scena che mi ha gelato il sangue. Vediamo il piccolo Georgie, un bambino di nemmeno 10 anni, che striscia in mezzo alla pioggia, urlando come non mai, con il braccio mozzato che perde sangue, e nel mentre dal tombino vediamo la mano di Pennywise che si avvicina per prenderlo e portarlo via, con un campo largo ripreso dall’altro a dir poco fenomenale. Chi si poteva aspettare un risvolto tale? Una scena così cruda e violenta non me la sarei mai aspettata e questo mi è piaciuto moltissimo! Anche la scena del sangue che esce dal lavandino del bagno di Beverly è estremamente grottesca, decisamente più impressionante di quella della miniserie.

Abbiamo quindi appurato che Muschietti e Skarsgård hanno portato sul grande schermo un Pennywise decisamente più inquietante, macabro e grottesco di quello di Wallace e Curry visto nella miniserie, nella quale si cercava di renderlo più “clown” e meno mostro, mentre nel film Muschietti e Skarsgård hanno fatto l’esatto contrario ed è proprio per questo che ho apprezzato trenta volte di più questo nuovo Pennywise. Però non per questo il Pennywise di Skarsgård non si comporta come farebbe un vero clown. Abbiamo diverse scene in cui è  ironico, fa delle battutine, usa le vocine, si prende gioco dei personaggi quando hanno più paura di lui ma il tutto non è stato mostrato in modo “camp”, come nella miniserie, bensì con un’atmosfera decisamente più grottesca e disturbante. Quindi anche nei momenti in cui Pennywise si comporta con un comune pagliaccio, per esempio nella già celebre scena della danza, comunica una sensazione di angoscia. Lo stesso identico discorso può essere usato per un elemento molto importante del personaggio: i palloncini. Nella miniserie i palloncini ricorrevano spesso nei dialoghi tra Pennywise e il Club dei Perdenti, ma anche nelle scene più disturbanti, come quella della biblioteca, non riuscivano a mettere la giusta inquietudine, cosa che invece fanno in questo film. Muschietti quando inserisce un palloncino nell’inquadratura ti fa tremare, perché in quel momento capisci che Pennywise è vicino ai personaggi oppure che sta arrivando. In poche parole i palloncini, sempre di color rosso sangue, sono un simboli premonitori di sventura, dolore, sangue e morte.

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Se credete che il film si regga solamente per la messa in scena delle apparizioni di Pennywise e sulla perfomance di Bill Skarsgård, beh vi sbagliate di grosso. I veri protagonisti della pellicola ovviamente sono i ragazzini, non più bambini ma ancora non proprio adolescenti, del Club dei perdenti. Bill, Richie, Beverly, Ben, Stan, Mike e Eddie sono tutti personaggi verso i quali ti affezioni non poco, riuscendo a empatizzare con loro. Vivono tutti nella piccola città di Derry, che viene ritratta come la città meno adatta per un bambino. Essi sono costantemente tormentati dal crudele Pennywise ma non solo. Nessun personaggio al di fuori di loro risulta essere anche solo vagamente simpatico. Gli adulti con i quali interagiscono sono persone viscide, crudeli, perverse e aggressive verso le quali provi solamente disgusto e ovviamente tutto ciò ha conseguenze sulla personalità e carattere dei singoli personaggi, interpretati molto bene da dei giovani talenti.

Tutti loro devono far fronte a più di una sfida, e non parliamo solamente della minaccia da parte di Pennywise. Ognuno di loro deve affrontare le difficoltà che li aspettano a casa, come per Bill, interpretato da Jaeden Lieberher (bravo nella parte ma un pochino sotto tono rispetto agli altri), che deve affrontare ogni giorno il fatto che suo fratello è scomparso in circostanze misteriose. Oppure la povera Beverly, interpretata dalla bravissima Sophia Lillis, costretta a vivere con il padre che abusa di lei (ma data la straordinaria bellezza dell’attrice, beh, in parte lo si può pure capire). Tutti questi elementi erano stati trattati con estrema superficialità nella miniserie di Wallace e che invece trovano ampio respiro nel film di Muschietti, grazie soprattutto al fatto che hanno deciso di dedicare un intero film di due ore e un quarto solo per la parte con i protagonisti da bambini (scelta azzeccata). Infatti nella miniserie non venivano quasi nemmeno accennate alcune caratteristiche degli altri personaggi, come la forte ipocondria di Eddie, interpretato da un Jack Dylan Grazer molto espressivo, oppure la pressante volontà religiosa del padre di Stan, che secondo me risulta essere abbastanza bidimensionale e poco approfondito (anche l’attore interprete, Wyatt Olef, non ha dato una buona perfomance) e non ho apprezzato nemmeno il ruolo che ricopre il personaggio di Mike, interpretato però da un Chosen Jacobs abbastanza in parte. Non ho mai apprezzato come Mike si inserisce all’interno del Club, sia nella miniserie che nel film: Mike entra a far parte del gruppo in modo fin troppo affrettato, dopo pochi secondi che si conosce con gli altri subito sono amici come se lo fossero da diverso tempo. Anche Ben non viene caratterizzato come gli altri, ma comunque risulta essere un personaggio molto forte verso il quale il pubblico non può che provare profondo affetto (soprattutto per il facciottone di Jeremy Ray, che lo interpreta) e anche un profondo rispetto. Infine abbiamo il chiacchierone, simpatico ma rompi palle Richie Tozier, interpretato dal talentuosissimo Finn Wolfhard. La popolarità di Wolfhard sta salendo a dismisura dopo l’enorme successo ricevuto con la prima stagione di Stranger Things, di cui è uscita la seconda stagione giusto ieri, e prendere il giovane attore per la parte di Tozier è stata una geniale mossa di marketing da parte della Warner Bros. Hanno dato a Wolfhard il ruolo che al pubblico piace di più, ovvero quello del personaggio più cazzone e simpatico, ma comunque profondo soprattutto con l’ironia della sua paura: Tozier fa sempre battute eppure ha paura dei clown. Nonostante la sua ironica paura non viene spiegata la sua origine e non ci viene mostrato nessun dipinto della sua vita privata, come invece accade con gli altri personaggi. Ad ogni modo, Wolfhard è stato estremamente bravo, riuscendo a far ridere il pubblico con le sue battute taglienti (alcune leggermente fuori luogo) e sconce, ma anche a farlo emozionare con le battute finali.

Tutti insieme riescono a dari vita ad un gruppo di personaggi che sicuramente verrà ricordato negli anni avvenire e che diverrà anch’esso, come per il Pennywise di Skarsgård, un’emblema della cultura pop. Il merito va sicuramente agli attori, ma soprattutto agli sceneggiatori (il già citato Fukunaga, Chase Palmer Gary Dauberman) che hanno scritto dei dialoghi che danno valore ai personaggi, costruendo anche un ambiente perfetto per plasmare il loro difficile carattere. Trai tanti insidiosi nemici che il Club dei perdenti dovrà affrontare ci sono non solo i genitori e le loro paure più profonde, ma anche il tremendo arrivo della pubertà. Il momento in cui si passa dall’essere bambini all’essere adolescenti, e quindi quasi adulti, può essere molto difficile per molti e nel film questa tematica viene gestita molto bene, sia in modo ironico che in modo più melodrammatico. Tutti i ragazzi, colpiti dalle tipiche tempeste ormonali, guardano Beverly costantemente dando vita a delle scene estremamente divertenti e memorabili, ma a parer mio è proprio il personaggio di Beverly ad essere vittima della tremenda pubertà. Come ogni ragazza, Beverly raggiunta una determinata età si trova ad affrontare per la prima volta le “sue cose”, se proprio vogliamo essere galantuomini, e per una ragazza dev’essere un momento parecchio difficile e angosciante e questa sensazione che Beverly prova viene resa perfettamente da Muschietti con l’inquadratura in farmacia. Come se non bastasse, ora che Beverly è ufficialmente sbocciata il padre si sente più “libero” per poter abusare di lei, e questo rende la situazione per Beverly ancor più scomoda di quello che già è. Tutto questo discorso non era stato minimamente affrontato nella miniserie di Wallace e, pertanto, nel film di Muschietti la scena del lavandino che inonda di sangue il bagno è decisamente più simbolica e importante.

Non bisogna però tralasciare il personaggio di Henry Bowser, interpretato da un follemente bravo Nicholas Hamilton, il bullo di turno che tormenta i nostri protagonisti, ma Bowser è ben più di un semplice bullo. Bowser è quello che si può definire un serial killer in erba e possiamo dire che è quello che la pubertà lo sta portando ad essere, a differenza dei nostri protagonisti che stanno cambiando in meglio. La perfidia e la cattiveria viene perfettamente espressa da Hamilton che riesce a mostrare l’essenza del personaggio con grande espressività. Quindi i perdenti (mi spiace chiamarli così) devono affrontare tutta la cittadina di Derry, le loro famiglie, la società tutta in cui vivono, la cui malvagità viene completamente incanalata e immagazzinata all’interno del personaggio di Pennywise. E qui che viene fuori un altro importante tema di IT: l’amicizia. Un tema che viene spesso trattato in diversi film, ma sempre in modo banale e superficiale, magari con qualche bella frase alla Francesco Sole per condire il tutto, mentre Muschietti sceglie di trattare questa tematica con l’uso delle immagini e con i dialoghi che permettono ai personaggi di esprimersi liberamente e di consolidare un forte legame tra loro, così da poter sconfiggere quelle che per loro erano le loro più profonde paure e angosce, così che i bambini possano uscire dal loro bozzolo e divenire uomini (o donne nel caso di Beverly).

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In sinossi, IT è un buonissimo film, caratterizzata da una buona regia e da una sceneggiatura abbastanza solida. Ma, di strada per essere un horror davvero pesante ne ha ancora da fare. Sì, abbiamo delle scene grottesche e violente e sì, Skarsgård come Pennywise impressiona a dir poco (soprattutto per la disumana quantità di saliva che riesce a produrre) ma ancora non si è raggiunto quel livello di qualità che eleva il film ad altri capolavori dell’horror moderno. Ovviamente spero il meglio per il sequel che uscirà tra due anni, sperando che ci possa essere, come detto durante la recensione, un’ispirazione da parte di grandi maestri dell’horror come John Carpenter.
Detto ciò, consiglio assolutamente la visione del film, e anche della miniserie che comunque non mi è dispiaciuta (nonostante duri tre ore piene, unendo i due episodi, mi è passato via tranquillamente) e sicuramente a breve mi comprerò il romanzo di King, così da poter approfondire ancor di più la psicologia di questi straordinari personaggi.



Se invece avete già visto il film non esitate a lasciare la vostra nei commenti!
P.S.: presumo che tutti voi l’abbiate visto dato che si tratta di una recensione spoiler free. Se così non fosse, beh, siete dei dannati masochisti.

 

 

 

 

 

 

IT

IT
8.2

Regia

8.5/10

Sceneggiatura

8.0/10

Cast

8.0/10

Pros

  • Andy Muschietti mette in gioco una regia curatissima e di forte impatto.
  • La sceneggiatura presenta dialoghi che conferiscono una profonda caratterizzazione ai personaggi protagonisti, e grazie alle due ore un quarto di tempo sono riusciti a trattare le tematiche centrali della storia in modo soddisfacente.
  • Gli interpreti dei personaggi protagonisti hanno dato una notevole prova di recitazione presentandosi come promettenti talenti futuri. Bill Skarsgård come Pennywise è qualcosa che trascende il concetto di bravura attoriale, facendo cadere nell'oblio la perfomance di Tim Curry.

Cons

  • Muschietti non riesce a scioccare lo spettatore come speravo.
  • Alcune battute sono un po' fuori luogo.
  • Non tutti i personaggi risultano ben caratterizzati e ben interpretati.

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