RECENSIONE – Birdman

Wela!

Eccoci in una nuova recensione fresca fresca. Il fil che vado a recensire oggi è uscito diverso tempo fa, e non l’ho recensito subito come ha fatto la maggior parte di youtube italia, perchè aveva bisogno di più di una visione per essere compreso a pieno.

Oggi parliamo di Birdman – l’imprevedibile virtù dell’ignoranza.

Riggan Thompson interpretato da Michael Keaton è stato Birdman in passato, noto supereroe della celluloide hollywoodiana. Ora però la missione dell’attore in declino, è quello di togliersi quella maledetta maschera. Vuole tornare alla ribalta e rilanciare la sua carriera, scrollarsi di dosso le piume di Birdman e mettersi nei panni del superattore in grado di lavorare in teatro. Nel farlo però dovrò scontrarsi con il suo ego, e le sue nevrosi, una figlia interpretata dalla eccellente Emma Stone appena uscita da una clinica di disintossicazione, ed un rapporto in declino con il suo stesso ambiente critici, colleghi formidabili, ed il cinema in generale.

Di due piani sequenza è formato il film, creando un estenuante sorta di finto reality sulla vita di un attore che ricalca a pieno quello che era Keaton un tempo, esaltando i vizi e le virtù di Hollywood. Balorda, disperante, che divora ogni cosa, ma anche inevitabilmente affascinante.

Un signor film, girato con l’handycam in blocchi costituiti ciascuno da un solo piano sequenza e l’abilità in fase di editing è tale che si ha l’impressione che tutti i 110 minuti siano in un unico take. Per carità, di virtuosismi del genere se ne son già visti, penso a di Sokurov. Qui però c’è ben altro. Dialoghi da commedia americana, e a chiudere spesso mazzate azzeccate, che non ti fanno annoiare

Il ritmo che viene scandito da una batteria jazz fiorisce in dialoghi frenetici, fungendo da prefazione per il debutto di Riggan, ma è afflitto da un terribile problema: non riesce ad uscire dal personaggio. Allora il regista ci fa attraversare imprevedibili virtù dell’ignoranza, in cui la pellicola raggiunge apici da meta film come fece al tempo Shylaman per Unbreakeble, mostrandoci sequenze in cui Riggan levita o sposta oggetti con la mente, non facendoci capire a pieno se fosse la verità o l’immaginazione.
Riggan è in un momento che attraversano molti attori, quel voler dimostrare ossessivo che gli interpreti non sono solo quei ruoli in cui hanno avuto successo di pubblico. Riggan non vuole essere solo Birdman ma vuole anche saper mettere in scena Carver. Insomma, l’ex supereroe ora fronteggia l’ossessione di mostrarsi bravo, se e solo se interpreterà qualcosa di “alto”. Diseguaglianza fra cultura mainstream ed undergorund ed è figo in Birdman come siano proprio tre attori ad interpretare i tre stadi della cultura.
E’ curioso che gli attori citati abbiano alle spalle anche loro una parte in un cinecomic, e ne siano usciti illesi comunque. Keaton come Batman, Norton come Hulk, e la Stone come Gwen Stacy. Si capisce che ogni allusione non è per niente casuale e che il cortocircuito tra vita e finzione c’è, eccome. Fino a diventare un materiale narrativo congruo agli altri, aggiungendo al protagonista una complessità, uno strato in più.
In questo enorme concerto di stimoli, adornati di effetti speciali dalla resa stratosferica, lo spettatore verrà sfinito. Le due ore che dura il film si sentono eccome, diluite infine in tre finali diversi dai quali ci rimarranno in mano esperienze visive e narrative difficili da dimenticare. Alejandro inarritu ci mostra come la complessità e l’intensità siano due virtù che fanno spiccare il volo a Birdman, e lo portano direttamente sul palco dell’Academy per un meritato Oscar.
In un mondo frammentato e discontinuo, il regista sceglie sceglie una soluzione particolare, bisbigliando all’orecchio dello spettatore la frase tagline di tutto il film, la paranoia galoppante che attanaglia il nostro protagonista:“io non esisto”. Cercando di farci capire che forse non vero. Perché se l’identità si ridefinisce tra teatro, cinema ed i social network, siamo sempre noi ad essere su di un palcoscenico. Ci cambiamo le maschere, ma sotto c’è sempre il nostro volto.
Ok, questo è tutto quello che volevo dire. Riconosco che è stato particolarmente difficile fare la recensione di questo film, ma non è finita qui. Voglio dire una cosa in particolare, e cioè che consiglio ma sconsiglio allo stesso tempo questo film.
Non perché voglio a mettermi a fare la morale su chi capisce il cinema e chi no, ma se vi piacciono i blockbuster d’azione e non vi piacciono e pippe mentali ve lo sonsiglio; se non riuscite a reggere dialoghi serrati magistralmente diretti dal regista stesso, uniti ai piani sequenza infiniti allora ve lo sconsiglio.
Ma se volete vedere un iper critica a tutto, montata egregiamente come fosse un infinito specchio/reality,critica sociale/infinita sega mentale allora questo è il film che fa per voi.
V’impegnerà, questo è innegabile, non potrete staccare gli occhi dallo schermo, non potrete perdervi nemmeno una battuta, non c’è rilassamento in questa pellicola, e lunga, estenuante, e cattiva.
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