RECENSIONE – Big Fish – Il Capolavoro di Tim Burton

Wela! Eccoci ritornati con le recensioni! Mi scuso se è un po’ che non faccio video con costanza, ma sono sorti dei problemi. Cercherò di riprendere con il video a settimana, o anche due, vedremo!

Oggi parliamo di un film di un grande regista, verso il quale, a dire al verità provo stima, anche se non tutti i suoi film mi piacciono.

Oggi parliamo di una vero capolavoro della cinematografia, signori e signori, vi presento: Big Fish.

Chi è davvero Edward Bloom? Ecco la domanda che ci facciamo nel film. E’ un vecchio viaggiatore raccontaballe radicato nei suoi racconti fantastici con cui descrive la sua vita, o è un personaggio misterioso e mitologico, un menestrello senza liuto dei giorni nostri? A gli occhi del figlio la risposta è più che evidente, inquadrando il padre come una figura distante, patetica, che inizialmente lo affascinava con i suoi racconti, ma che alla lunga era diventato pesante e ripetitivo, come se noi raccontassimo cento volte la stessa storia inventata, e alle orecchie di chi ci ha ascoltato quelle cento volte, sembrasse sempre più ridicola. Ritiene il padre colpevole di aver sempre sfuggito la realtà, attraverso il ricorso alle fiabe con cui l’ha rivestita.

Will, il nostro apparente protagonista, giunge al capezzale di suo padre, vecchio e malato, dopo tre anni di distanza, così al povero figlio non resta che arrivare a conclusione della vita di suo padre attraverso le storie incredibili che raccontava come ricordi di vita vissuta.

Il suo incontro con una vecchia strega e con un gigante gentile, il suo strano soggiorno nello sperduto paesino di Spectre, la sua gavetta nel circo fra nani e licantropi, la sua impresa nella guerra di Corea, la romantica conquista della moglie e infine quella continua ricerca del “Pesce Gigante”, il Big Fish, simbolo di una tensione alla dimensione magica dell’esistenza mai sopita. E il vero punto alto di questo film, sarà proprio il momento un cui si capirà che la vita vera e la magia dei racconti di Ed, possono conciliarsi a patto che si sia in grado di guardare con quegli occhi pieni di meraviglia.

Avrete ormai capito che il regista di cui parlavo non è altro che il caro Tim Burton, che in questo film ci presenta qualcosa di diverso dal suo solito. Una lavata ai classici toni gotici, che comunque spunteranno qua e la come una inquietate presenza che non si dividerà mai dal regista, a favore di un tono più realistico. Può essere chiamato quasi “la maturità di Tim Burton” passata con 100 spaccato. Niente più mondi fantastici popolati da uomini/pipistrello, scheletri sognatori o Frankenstein ingenui, ma luoghi dell’anima in cui realtà e immaginazione possono incontrarsi.

I tratti naif di Edward mani di forbice vengono rischiarati da una luce diffusa, contaminata da deformità che ci mostrano qua e la la chiara firma del maestro del gotico.

La luce prende vita in toni ovattati, proprio nel cuore ingenuo dell’America rurale, l’Alabama delle piccole cittadine senza tempo e dai mille corsi d’acqua, diventa lo scenario per questo toccante e visionario ritratto di padre, con sorrisi calorosi che trasmettono uno strano senso d’inquietudine.

E qui un piccolo cameo di uno Steve Buscemi, al solito, in un ruolo improbabile e delirante quale solo quello di poeta/rapinatore può essere.

Freaks a colori, umani refrattari a sacrificare l’ingenuità dell’immaginazione, forme di comunicazione immaginifiche ma possibili, sprazzi di ovattato che toccano le ombre blu di una tenebra elettrica, in un’opera che ti stringe il cuore, senza cadere nel buonismo, ma celebrando lo spirito poetico dell’immaginazione.

Tim Burton realizza questo film dopo la morte del padre, come se qualcosa lo avesse spinto a raccontare queste storia presa dall’omonimo romanzo di Daniel Wallace, quasi come se la storia stessa fosse quel grosso pesce nel lago che lo chiama. Questo film può essere considerato un punto di svolta nella carriera di Tim Burton, infiocchettando, infine, un film bellissimo, toccante ed impossibile da classificare.

Il cast è ricolmo di grandi star, partendo dal vero protagonista, il nostro menestrello fra realtà e magia, Edward Bloom, interpretato rispettivamente da Ewan McGregor nella versione giovanile e da Albert Finney nella vecchiaia; Alison Lohman che l’abbiamo già vista nel fim Drag Me To Hell di Sam Raimi, che qua interpreta la parte di una giovane Sandra Bloom, insieme alla famosa Jessica Lange che ne interpreta la versione adulta. E ancora abbiamo Helena Bonham Carter, Matthew McGrory, Marion Cotillard, una giovanissima e ancora candida Miley Cyrus, che vi invito a capire che cosa interpretasse. Ed infine i grandi Steve Buscemi e Danny de vito, insomma il cast non manca di grandi nomi con grandi capacità recitative.

Devo dire che questo è uno dei pochi film che mi ha veramente commosso, nella sua infinita meraviglia. Pochi altri film possono vantare la qualità che questo ha, e forse è proprio il fatto che Burton sia uscito dalla sua zona di conforto, e abbia affrontato un campo più difficile del suo classico mondo fatto di animazione a passo uno. Ci aveva già provato con Planet Apes, ma facciamo finta che non si vero!

Big Fish è un film affascinante, e azzardando ancora di più, un omaggio al cinema puro e semplice. Una gustosa ricetta di trama ben strutturata per immagini di una realtà che trasfigura, e non con grandi effetti in CGI. Cinema che viaggia nello spazio, incontrando quei flussi di idee e concetti che la gente pensa, ma che non dice. In modo di parlare del cuore di un amante del cinema.

Potrei fare tante citazioni per paragonare lo spirito e i contenuti del film, ma rischierei di esagerare, così dirò semplicemente che questo film è una delle poche espressioni ancora viventi del vero cinema: grande fantasia, arte immaginativa, e poesia.


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