L’influenza del cinema di George Romero ed i suoi morti viventi

Il 1968 è un anno strano per il mondo così come per l’arte: è l’anno delle grandi proteste studentesche, avviene la primavera di Praga, la guerra in Vietnam continua senza sosta, Andy Warhol viene ucciso e l’horror comincia finalmente ad avere parte del rispetto che merita come genere cinematografico.

Per anni i film horror erano stati fino a quel momento considerati inferiori, nonostante i capolavori del genere che erano già stati girati (il Nosferatu di Munrau, il Frankenstein di Whale con Boris Karloff, il Dracula interpretato da Bela Lugosi) ma, nel sessantotto, due film sconvolgono pubblico e critica costringendoli ad ammettere l’autentico valore di questo genere: Rosemary’s Baby di Roman Polansky e La Notte dei Morti Viventi, film d’esordio di George A. Romero.

Da questo momento tutto cambia, l’influenza del film, anzi di tutta l’opera cinematografica, di Romero non si limita al compimento di un grande passo per il genere horror, non si limita ad inventare quello che di fatto è il morto vivente moderno, lo zombie, ma porta ad una rivoluzione cinematografica, una rivoluzione spesso osteggiata da produttori e critica ma una rivoluzione che Romero non ha mai esitato a portare avanti, usando i suoi mostri come una metafora per parlare della condizione umana, delle sue paure, dei suoi disagi politici e sociali, dei suoi “mostri” e di come i veri orrori, alla fine, li compia solo e soltanto l’uomo.

Parlare di Romero non è facile, non è facile perché si sta parlando di un vero autore, un uomo sempre alla ricerca di denaro per i suoi progetti senza però voler scendere a grandi compromessi, un uomo con una forte ideologia politica che è sempre presente nei suoi film, un critico della società contemporanea e dei suoi costumi, una persona che ha nascosto il potere dei suoi horror non in assassini emblematici o scene particolarmente grottesche ma nella consapevolezza che è l’uomo, l’uomo comune, il vero cattivo, con i suoi pregiudizi e la sua avidità e ha raccontato tutto questo crescendo sempre più a livello tecnico, toccando numerosi generi ma rimanendo sempre fedele a se stesso, sempre fedele a quel tipo di horror che, nel 1968 lo ha reso famoso.

Per questo, per poter spiegare al meglio l’importanza nella storia del cinema di George A. Romero bisogna partire da quello che è il suo film più famoso: La Notte dei Morti Viventi.

La storia è in se molto semplice: un gruppo di persone molto diverse (un uomo di colore, una famiglia normale, una giovane coppia e una donna che ha appena assistito all’omicidio del fratello) si rifugia dentro una casa per provare a sopravvivere a quella che sembra una vera e propria fine del mondo con tanto di morti che ritornano dalla fossa per uccidere e mangiare le persone. L’unica possibile salvezza è quella di raggiungere il furgoncino fuori dalla casa, fare il pieno e scappare verso una base sicura del governo, cosa non facile visto che l’edificio è sempre più circondato da non morti.

La genialità di Romero sta prima di tutto nell’approfittare dello scarso budget (appena dieci mila dollari) per spostare l’azione da un ambiente esterno dove viene subito presentata la situazione di pericolo in un ambiente chiuso e più facilmente gestibile come la casa poco distante dal cimitero. Stilisticamente la regia, già da questo primo film si contraddistingue da quella di tanti altri film dell’orrore a basso budget americani dell’epoca, giocando su un forte elemento vedo-non vedo dei cadaveri e delle scene più cruente, seguendo i personaggi con estremo realismo, richiamando il dinamismo delle scene più cariche di ansia e pathoe e rievocando costantemente la sensazione di claustrofobia dei protagonisti portando, di fatto, lo spettatore ad immedesimarsi nell’azione.

L’assenza di una regia piena di virtuosismi, questo minimalismo che porta la regia a svanire per privilegiare un realismo crudo delle scene la rende di fatto presente in tutto il film, per parafrasare una persona che ne capisce più di me di cinema. E di fatto questo è vero in ogni pellicola di Romero, lui rinuncia al virtuosismo fine a se stesso, alla regia elaborata e complessa di autori quali potrebbero essere un Brian De Palma o un contemporaneo come un Iñarritu (tra l’altro non particolarmente apprezzato dal maestro dell’horror), lui preferiva invece una regia semplice, in alcuni casi davvero ferma (La Città Verrà Distrutta all’Alba ne è un perfetto esempio) per costringere lo spettatore ad immedesimarsi e osservare con i suoi stessi occhi l’orrore delle scelte degli uomini.

L’uomo è il fulcro di tutta la poetica di Romero, il soggetto e chiaramente il destinatario del suo cinema: gli uomini sono egoisti, sono crudeli e avidi, sono loro stessi i mostri, divorati da bisogni inesistenti, da paure che li rendono veri e propri zombie, dei morti viventi che vogliono solo consumare tutto e tutti, tanto che questa caratteristica è la chiave di molti dei finali tragici di Romero: gli uomini potrebbero anche sopravvivere al disastro se mettessero da parte i loro pregiudizi e collaborassero anziché lottare per il dominio l’uno sull’altro.

Questo elemento è anch’esso perfettamente distinguibile nella pellicola del ’68 con la dicotomia tra il signor Cooper, pavido e arrogante piccolo borghese americano che non riesce a sopportare di essere comandato da un uomo di colore, di non avere lui il comando e più volte, per codardia o proprio per arroganza e avidità, proverà a far uccidere Ben, l’unico che cerca davvero di reagire con lucidità alla catastrofe, o a sottrargli il fucile, con conseguenze disastrose.

La crudeltà dell’uomo lo porterà alla rovina, di questo Romero è certo e prova a dirlo in ogni modo, passando da un tema all’altro dell’horror (da streghe a vampiri a virus) per dimostrare quanto il desiderio di possesso, l’arroganza, l’avidità e il pregiudizio alla fine siano la rovina dell’uomo, in qualsiasi tempo e in qualsiasi situazione, che si tratti di un’apocalisse zombie o una pandemia o uno scontro tra cavalieri medievali in bicicletta.

Verso il finale esce fuori tutto il genio di Romero: il gioco di luci nel bianco e nero, le poche gocce di sangue che si rivelano più scioccanti di un qualsiasi fiotto esagerato proprio perché così realistiche, le morti di ognuno dei sopravvissuti, l’assalto finale dei morti viventi e il tentativo di sopravvivere ad ogni costo, tutto è gestito con maestria, con una colonna sonora di sottofondo che crea l’atmosfera perfetta e aumenta all’apice la tensione mozzando il fiato di chi guarda, portando al limite lo spettatore quanto Ben, unico sopravvissuto, circondato da cadaveri, rinchiuso in una cantina senza via di fuga, senza più nessuna speranza.

Il finale poi è di una bellezza atroce e proprio per questo non voglio spoilerarlo in nessun modo in quanto deve essere visto e goduto per far comprendere la potenza di questo film o la grande critica del giovane Romero alla sua nazione.

La contrapposizione tra un governo estremamente burocratizzato, una popolazione sull’orlo dell’isteria e la paura che serpeggia, la paura di qualcosa di ignoto che non verrà mai pienamente spiegato per tutto il film (anche se il regista ci da forse qualche indizio parlando di radiazioni aliene) ma riportando tutto ancora alla violenza indiscriminata delle persone, alla loro brama di sangue che è forse peggiore di quella dei non-morti in quanto questi vogliono solo cibarsi, sopravvivere, mentre alla fine anche quando la situazione sembra essere sotto controllo tutto ritorna al piacere che ha l’uomo nel poter uccidere, nell’istinto e nella brutalità indiscriminata delle persone.

La politica, intesa nella sua accezione più pura come la vita di tutti, è un elemento centrale dell’horror di Romero, del suo cinema e chiunque guardi una sua opera ne rimarrà chiaramente folgorato, chiunque provi a rielaborare una sua opera con qualche remake si troverà costretto al fallimento se non comprenderà come sia necessario per Romero portare lo spettatore alla riflessione e ad una maggiore consapevolezza sociale attraverso quella che di fatto si rivela una vera esperienza di puro cinema, così come può esserlo la visione di un film di Welles o di Hitchcock o Godard o Bava.

George Romero è morto oggi all’età di settantasette anni per un tumore al polmone, al termine di quella che la famiglia ha definito “una breve ma intensa battaglia contro la malattia” lasciando in sospeso il suo ultimo progetto, progetto che era finalmente sul punto di realizzare dopo anni di silenzio per mancanza di fondi.

George Romero è morto ma la sua eredità no. Sembra una frase fatta e smielata ma di fatto Romero ha più o meno consapevolmente influenzato generazioni di registi oggi di culto, realizzando non solo un nuovo genere horror ma dimostrando che un film, solo perché d’intrattenimento, solo perché poco finanziato, può essere un film profondo e riflessivo, un vero film d’autore e lo ha fatto usando al meglio la sua arte, non facendo solo prodotti ma vero e proprio cinema, per questo, all’infuori di quelle che possono essere le piccole imperfezioni di ogni opera prima, riconosco “La Notte dei Morti Viventi” come un capolavoro che deve essere necessariamente visto e studiato da chiunque voglia un giorno fare un horror di qualità, anzi, un film di qualità.

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