Il pensiero del lettore: Dylan Dog by Stefano Guarnieri

È sempre difficile spiegare perché si ama una canzone, un film, un cantante o, come in questo caso, un fumetto. Si possono trovare mille motivazioni scientifiche, letterarie, analitiche o dettate dalla critica, ma la realtà è sempre una: perché smuovono qualcosa dentro di noi di ancestrale, spesso inconscio, che senza saperlo ci rispecchiano in più sfaccettature. Quindi cercherò, dopo questo preambolo, di spiegare perché io amo Dylan Dog e perché, nonostante i suoi difetti, i suoi disegni a volte non perfetti, mi ha sempre colpito molto.

Ricordo il primo numero che io abbia mai letto, il 200. Comprato da mio padre forse per caso in una edicola, l’ho letto più volte nell’arco degli anni, da quando ne avevo precisamente 11. Tra l’altro, per accertarmene, ho appena scoperto che era proprio il mensile di Aprile, quindi ad oggi sono 11 anni che leggo Dylan Dog e questo mi dà una stretta al cuore di gioia ma anche dolore. Perché dolore? Tutto nasce appunto dai numeri come il famigerato 200. La storia ci racconta un fatto importante nel rapporto tra l’ispettore Bloch, uno dei personaggi chiave, amico e figura paterna del nostro Dylan, e lo stesso protagonista e ci racconta di come Dylan e Goucho, spalla comica ed eccentrica, si conoscono nel suo primo caso e di come nasce un rapporto di amicizia e fratellanza tra i due. Ma tutto questo è contornato da un fatto, anzi un “fattaccio”. Scopriamo che Bloch ha un figlio, che si droga e va contro tutto e tutti, padre stesso, a cause della morte della madre, troviamo la gelosia di questo ragazzo nei confronti di Dylan, il “figlio perfetto” che secondo lui il padre avrebbe voluto, troviamo gli errori e l’umanità di Bloch, che da padre fa degli errori anche perché troppo preso dal lavoro. Una situazione tragica, molto reale, molto forte, vicina a molte famiglie. Eppure tutto questo ad 11 anni non l’ho capito, ve lo assicuro. Alla prima lettura ho capito lo schema “tenebroso” della collana Bonelli, ho capito che il figlio di Bloch era distrutto dalla morte della madre e che il padre non riusciva a gestire il problema, troppo reso dal lavoro. Sono cose che ho scoperto man mano che ho ripreso il fumetto anno dopo anno, crescendo e maturando con esso. Ogni volta scoprivo un dettaglio in più, mi rendevo conto della presenza della droga, che il mio cervello di undicenne aveva quasi “oscurato”, dell’angoscia e del dolore del padre, della disperazione del figlio che non si droga per il semplice fatto di provare dolore, ma perché grida aiuto e cerca l’attenzione del padre, appunto, fino ad arrivare al gesto estremo di uccidersi. Perché non somigliava a Dylan Dog. Al figlio “perfetto” che era tutto meno che perfetto. Ho scoperto la disperazione del padre, mi ci sono immedesimato, come in quella del figlio, come in quella di Dylan.

Questo è stato il mio approccio/scontro con Dylan Dog, che mi ha accompagnato per tutti gli anni del liceo fino al venticinquenne che sono oggi. Ho letto molte, tante storie, ho riempito una libreria e discusso con mia madre sul perché quei “fumetti del cavolo” dovessero essere tutti lì belli in fila e ordinati. La collana conta più di 350 numeri solo considerando al serie canonica, senza contare i numeri extra e pur non possedendoli ancora tutti ho creato nella mia mente un percorso che credo rispecchi anche l’evoluzione dell’Italia dal 1986 (uscita del primo numero) ad oggi. Nelle prime 150/200 storie circa, vediamo che spesso i mostri sono veri mostri: vampiri, streghe, lupi mannari, orchi, ghoul, fantasmi, chi più ne ha più ne metta. Negli anni a seguire fino ad oggi, invece, le cose sono iniziate a cambiare: la distinzione non è stata netta in maniera assoluta, ma vediamo come i mostri diventano sempre più persone “normali”, che vivono la vita di tutti i giorni mostrando una faccia e poi diventando degli assassini o simili. Ovviamente questo tema era presente anche nei primissimi numeri, ma con lo scorrere del tempo è diventato sempre più forte, fino ad oggi dove posso dire essere quasi totale. I veri mostri, spesso siamo noi. Con la nostra tecnologia, la cattiveria generata da una società “benpensante” ma distruttiva.

In tutto ciò la saga racconta anche storie di “vita vera” in cui ci possiamo immedesimare, ci sono drammi reali che può vivere chiunque di noi, ogni famiglia. Un esempio è la storia di Bree Daniels, che lui ama alla follia, destinata a morire di AIDS (numero 88). Ogni volta che la leggo, sempre straziante e profonda, finisco col piangere. Perché è appunto così reale, così vicina alla realtà di ogni giorno di molte famiglie, che riesci ad entrare nel personaggio e capire il suo dolore. Ti apre il cuore.
Ma non pensiamo che sia solo straziante, struggente e oscuro. È un fumetto che sa far ridere e pensare, che ci riporta alle vecchie fiabe raccontate dalle nonne e nei libricini da bambini, con Hansel e Gretel, la strega, il lupo mannaro. C’è Groucho con la sua perenne ed indistruttibile comicità che spesso ti fa pensare “ma l’ha fatta davvero ‘sta battutaccia tremenda? Ma come fanno ad inventarsene ogni mese?”, l’amicizia indistruttibile tra i personaggi, la lealtà e l’amore. Dylan è un “cavaliere dalla bianca armatura scintillante, pieno di paure e fobie”, traslitterazione di una definizione data nei fumetti stessi. Dylan siamo noi. Sono io, sei tu che stai leggendo, è il giovane ragazzo che lo sta scoprendo per la prima volta e il sessantenne che sorride guardando la sua collezione completa. Questo perché lui affronta sì tutto il male del mondo, tutti i demoni e tutti gli assassini, i pazzi psicotici e i mostri che sono nelle anime delle persone, ma lo fa come farebbe ognuno di noi. Ha paura dell’altezza, degli spazi chiusi, ma soprattutto di rimanere solo. Affronta questi “mostri” come noi dovremmo o vorremmo affrontare le nostre paure, che essi rappresentano, affronta i mali del mondo come gli stupratori e gli assassini come l’eroe dentro il nostro cuore vorrebbe fare: con paura, con ansia, ma così pieno di quella voglia di migliorare il mondo che lo spinge avanti contro le sue stesse paure. Quello che, nel nostro piccolo, facciamo ogni giorno. Tutti vorrebbero essere lui, io lo vorrei. Essere il cavaliere pieno di macchie e paure, ma pronto a salire in sella al fedele destriero (una vecchia Volkswagen Maggiolino nel suo caso) e andare a combattere per il popolo: la dama in pericolo altri non è che una ragazza rapita o inseguita da un marito o un “mostro” che non ama più e non vuole accettarlo, un bambino che deve essere salvato da genitori/oppressori o da qualche “mostro” grande, adulto, che non vuole di certo il suo bene. Scoprendo poi sulla strada che molti di quelli che ci sembrano mostri all’apparenza non sono altri che persone buone, maltrattate dalla società perché esteriormente non sono perfette.

Parla anche e soprattutto dell’amicizia indissolubile dei tre personaggi, Dylan, Groucho e Bloch, che in molte, tante occasioni devono sostenersi l’un l’altro, come noi faremmo con un nostro caro amico, rischiando tutto per salvarsi ed aiutarsi a vicenda, anche la vita.
Mi rendo conto di essermi dilungato molto e di non aver seguito un filo logico, ma non sono uno scrittore e soprattutto sono trasportato dalle cascate dei ricordi di ogni numero letto. Sperando di avervi almeno incuriosito, vi lascio alle vostre conclusioni, suggerendovi prima di trarle in maniera completa di leggere alcuni numeri, soprattutto dei primi 200 albi.

Grazie per la lettura.

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